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7 dicembre 2009 1 07 /12 /dicembre /2009 13:00
Al Tempo dell'Occhio Cacodilato

Panorama bio-icono-bibliografico dei sessanta firmatari di L'Occhio Cacodilato di Francis Picabia (1921)







Un'ambizione smisurata

 

Loft in cui visse Erik Satie ad Arcueil © Archives de la Fondation Erik Satie.

I tuoi stati d'animo, Erik



Satie fotografato da Poulenc (anni 20)


L’assente degli assenti di L’Œil Cacodylate [L'Occhio Cacodilato], è Erik Satie, che eppure fu invitato da Marthe Chenal ai festeggiamenti di fine anno del 1921 al 94 di rue de Courcelles. Satie invia a Marthe Chenal, questo 31 dicembre 1921, una posta pneumatica [1] per informarla che non potrà contare su di lui per quella sera. Indisposizione diplomatica, vero  malessere? Mistero. Si immagina facilmente Satie mentre fa il giro delle birrerie per festeggiare in anticipo l'anno nuovo. Ma si immagina altrettanto bene mood indigo, che decide di passare solo quest'ultimo giorno dell'anno nella sua piccola camera di Arceuil, dopo molti bicchieri sorseggiati in una grande solitudine.

Specialista di Satie, Ornella Volta ha pubblicato nel 2000 la
Correspondance presque complète [Corrispondenza quasi completa] [2] del compositore (da dove è tratta questa lettera di Satie a Chenal), in tutto 1234 pagine- appendici comprese- ben fatte, identiche a ciò che ci offre abitualmente Ornella Volta, che firma quest'anno un nuovo contributo alla rivista Etant Donné Marcel Duchamp. [3]. Leggiamo ed ascoltiamo Satie: il secondo "Madame" della sua lettera fa meravigliosamente eco ai magniloquanti "Madame" che a suo tempo Jarry rivolgeva a Rachilde, in uno stato simile a quello in cui Satie si trova in questo 31 dicembre 1921: Arcueil-Cachan, 31 dicembre 1931. Madame. Devo confessarvi che, posto "fuori combattimento" in seguito ad un soggiorno, questo pomeriggio, alla "Rotonde", mi vedo obbligato ad abbandonare ogni idea di veglione. Il mio stato, senza essere grave, necessita di riposo, la calma, una specie di ritiro perché possa meditare tranquillamente sul mio caso. Perdonatemi, Madame; dite, vi prego, mille cose da parte mia al buon Picabia & vogliate vedere in me il vostro devoto e servitore Erik Satie.

[1] Lo stesso giorno, Satie indirizza una parola al conte Etienne de Beaumont di cui declina l'invito per il veglione. I termini del rifiuto sono simili allo penumatico che egli indirizza a Marthe Chenal: "[...] sono già "fuori concorso" [...] ho fatto [...] un giro alla "Rotonde" che mi ha montato la testa...".

[2] Fayard/Imec. Vedere anche, di Ornella Volta, gli indispensabili
Erik Satie, Ecrits,Champ Libre, 1977; La banlieue d’Erik Satie, Macadam & Cie, coll. Lumières de la Ville, 1999 ed Erik Satie, Hazan, coll. Lumières, 1997.

[3]
Marcel Duchamp et Erik Satie, même: post-scriptum », Etant Donné Marcel Duchamp n° 6.

Alcuni chiarimenti



Sostenevo in una nota recente, che il danno subito da L’Œil Cacodylate ebbe forse luogo durante un veglione del 31 dicembre 1921 a casa di Marthe Chenal. Esiste tuttavia quest'altra riproduzione [1] del quadro, sul quale figurano tutti i contributi (compresi quello di Fatty, la fotografia di Man Ray- Femme à la cigarette, circa 1920 – e le due fotografie della testa di Duchamps) ma prima della "macchia" di cui ho già parlato in precedenza. Secondo Michel Sanouillet [2], vi furono quattro sedute di firme: a casa di Picabia a Neully, prima dell'esposizione di L’Œil Cacodylate al Salone d’Autunno (del 1° novembre 1921 au 20 dicembre 1921, Grand Palais); dopo il Salone d’Autunno; prima del veglione Cacodilato, sempre a casa di Picabia; a casa di Marthe Chenal, il 31 dicembre 1921 durante il veglione Cacodilato; di nuovo a casa di Picabia, dopo il veglione Cacodilato e prima della cessione del quadro al Bœuf sur le Toit (1923).

 

Da quanto detto, due ipotesi sono possibili: 1) questa fotografia data del 31 dicembre 1921 e fu fatta prima della "macchia"; 2) il danno ebbe luogo dopo il veglione Cacodilato, a casa di Marthe Chenal, a casa di Picabia oppure tra le mura del Bœuf sur le Toit, o ancora nel corso del trasporto del quadro al Bœuf sur le Toit.

 

Scarto l'ipotesi di un danno accaduto nel 1967 (anno in cui il Museo Nazionale d'Arte Moderna acquista il quadro) perché nell'opuscolo in omaggio a Picabia (Francis Picabia 1879-1954) pubblicato nell'aprile del 1955 dalla rivista Orbes i danni sono già visibili.




NOTE

 

 

[1] In Histoire de la peinture surréaliste, Marcel Jean,con la collaborazione di Arpad Mezei, Seuil, 1959, p. 34. La riproduzione è di cattiva qualità (la si ritrova soprattutto in Dada surréalisme, Patrick Waldberg, Michel Sanouillet, Robert Lebel, Rive Gauche Production, 1981, p. 301) ma tutte le firme sono all'appuntamento.


[2] In Francis Picabia et 391, Eric Losfeld, 1966, p. 144, nota 4.


Sarà perché ti amo

Paul Dermée (1886-1951) e sua moglie Céline Arnauld (1892-1952)

 

 

 

Fabrice Lefaix


[Traduzione di Elisa Cardellini]


LINK al post originale:

Une ambition démesurée

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22 novembre 2009 7 22 /11 /novembre /2009 10:29





 
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Paul Neuhuys: André Breton è anche un teorico del dadaismo (1921)




André Breton è anche un teorico del dadaismo. Per lui Dada risponde ad un bisogno di libertà. Insorge contro ogni rassegnazione. Ogni convinzione sembra essere per lui una forma di rinuncia. Esplorando l'inconscio è giunto alle constatazioni più sconcertanti. Così dirà: "L'innocenza non è tollerata che sotto la sua forma passiva".

 

Virtù nella vergine, può condurre al crimine l'assassino. André Breton non arriva più a capire. E non si sente più a suo agio che nell'atmosfera annullante creata da Dada: "Cosa è bello, brutto, grande, forte, debole, non lo so, non lo so. Cosa sono Charpentier, Renan, Foch, non lo so, non lo so, non lo so".

 

Les Champs magnétiques scritti in collaborazione con Philippe Soupault sono a questo proposito un libro singolare. Malgrado la non coordinazione radicale delle idee, Les Champs magnétiques lasciano un'impressione generale che non lascia alcun dubbio. André Breton non si sente più attratto da nulla. Le parole sono arrugginite e le cose hanno perso su di lui ogni potere di attrazione. Si rappresenta il mondo come un "terreno vago". Non ha più appetito per i "cibi marci" che gli offre la vita. L'abitudine lo fa addormentare. È stanco di considerare l'universo secondo le false categorie e si rifugia nell'assurdo.

 

Philippe Soupaultcerca di affrancarsi dalle tre unità di numero, spazio e tempo, ma si sente prigioniero tra i quattro punti cardinali. Intitola la sua raccolta di poesie Rose des vents. tende a questa ubicuità lirica alla quale tende l'orfismo di Apollinaire. Facendo girare la rosa dei venti sul suo asse Soupault disdegna la concezione dell'universo così come gliela infligge la materia grigia del suo cervello. Per risolvere tutte le opposizioni si rivolge a Dada.

 

Le mie idee come dei microbi

danzano sulle mie meningi

al ritmo dell'esasperante pendolo

un colpo di pistola sarebbe una così dolce melodia

 

Vuole uscire fuori da se. Sbarazzarsi del determinismo. Scala gli orizzonti. Ho distrutto le mie idee immobili, dice. Le scoperte moderne gli lasciano intravedere tutte le possibilità metafisiche. La torre Eiffel lancia i suoi raggiai quattro angoli del mondo. L'idea di spazio è un'illusione che l amateria impone ai nostri sensi. Tutto si muove su uno stesso piano. Si persuade che il Gaurisankar sia giustapposto a Notre-Dame. Si apre simultaneamente a tutte le sensazioni.

 

Le mille interpretazioni di cui le parole sono suscettibili si incontrano nel suo spirito a proposito di una volgare insegna:

 

TRASLOCHI IN TUTTI I PAESI

 

Ecco, credo, come bisogna comprendere ciò che si chiama la burla dada.

 


Paul NEUHUYS


[Traduzione di Elisa Cardellini]

LINK al post originale:
Paul Neuhuys : André Breton est aussi un théoricien du dadaïsme (1921)






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14 novembre 2009 6 14 /11 /novembre /2009 08:35
Al Tempo dell'Occhio Cacodilato

Panorama bio-icono-bibliografico dei sessanta firmatari di L'Occhio Cacodilato di Francis Picabia (1921)


 

Basterebbe un nonnulla

 

Georges Ribemont Dessaignes e Man Ray

Quasi quattro decenni dopo "l'età dell'oro di Dada" (l'espressione rileva un certo senso della storia oppure una concenzione facile da adottare?), Georges Ribemont-Dessaignes, redigendo Déjà jadis [Di già un tempo] [1] conteneva un briciolo di nostalgia. Déjà jadis, o Dada blues. Il tempo passa in fretta ed il "un tempo" ha fatto presto a sostituirsi al c'era una volta. Cosa resta di queste amicizie, di queste figure del passato, di questi conflitti, di queste riconciliazioni? Degli archivi conseguenti, repertoriati in banche dati, dalle tracce a volte infime, la storia non tratterà queste figure con gli stessi riguardi.

Fare parlare i morti, scriveva Michelet. Risvegliare i fantasmi, scriveva Georges Ribemont Dessaignes. L'Occhio Cacodilato non ci dà il senso di una "bella epoca dada": all'inizio del 1922, le carte soni in parte distribuite, Picabia si è già separato dal movimento e, presto, André Breton, [2], grande assente di L'Occhio Cacodilato, si occuperà di banca.

Come vedere, oggi, L'Occhio Cacodilato? come un quaderno di testo firmato alla fine dell'anno scolastico dai compagni o come un registro di condoglianze? Ho letto da qualche parte una commovente similitudine con il gesso di un arto rotto su cui gli amici hanno apposto la loro firma. L'immagine è bella, si pensa alal frattura che presto sarà risanata! Ma
Georges Ribemont Dessaignes si riprendeva, sapeva che sarebbe bastato un nonnulla perché la storia, subito, si facesse intempestiva.

"Sì, Dada potrebbe riapparire. Ma noi, cosa potremmo fare? Avremmo un bel da fare a mettere idei sali sotto il naso di questi fantasmi, resterebbero pur sempre dei fantasmi. Per giungere ad un risultato, bisognerebbe dimenticare il passato. Inventare un movimento che farebbe esplodere a modo suo l'epoca attuale. E noi, saremmo allo stesso modo influenzati da fantasmi. Avremmo un bel da fare, invece di far loro respirare dei sali, offrire loro del gardenal o uno dei nostri famosi tranquillanti affinché rimanessero buoni al loro posto, basterebbe uno dei loro occhiolini per turbarci".

[1] Paris, René Julliard, "Les Lettres Nouvelles", 1958. Ristampato nel 1973 in 10/18.

[2] "Non credo alla prossima creazione di un luogo comune surrealista", scriveva Breton nel 1924 nel suo Manifesto. Ma il luogo comune è là, il surrealismo si è, in un certo modo, fatto acchiappare. Quanto tempo bisognerà aspettare prima che un giornalista commenti un qualunque fatto diverso concludendo: "È del tutto dada"?



Fabrice Lefaix


[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

 

 

LINK al post originale:

Il suffirait de presque rien

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12 novembre 2009 4 12 /11 /novembre /2009 10:43
Al Tempo dell'Occhio Cacodilato

Panorama bio-icono-bibliografico dei sessanta firmatari di L'Occhio Cacodilato di Francis Picabia (1921)







Il gioco delle quattro differenze



Nel 1964, Michel Sanouillet fa apparire presso le Editions L’Œil du temps, una monografia dedicata a Francis Picabia. Vi compare, a pagina 37, questa riproduzione in bianco e nero di L’Œil Cacodylate, (sostenevo precedentemente che si trattava di una foto di Man Ray ma non ne sono più del tutto certo. In questa riproduzione, anteriore a quella a cui rinvio sempre, manca una sola firma, quella dell'attore americano Roscoe "Fatty" Arbuckle [3]. L'esecrabile Maurice Sachs* nel suo molto incerto  Au temps du Bœuf sur le Toit [Al tempo del  Bœuf sur le Toit] notifica la presenza dell'attore a Parigi:

 

1922 (taccuino di Blaise Alias)

Il grosso e coraggioso Fatty che era venuto a fare il generoso sulla tomba del Milite Ignoto si è ficcato in un terribile scandalo a Hollywood. Ha ucciso una giovane rovesciandola sottopsopra per divertimento e appoggiatlala sul pavimento sulla testa versandogle del ghiaccio dove gli uomini non si presentano generalmente che con ardore. Fatty sta per essere arrestato ed i suoi film proibiti in tutti gli Stati Uniti.

 

Difficile, molto difficile raccogliere informazioni esatte sulla presenza, all'inizio del 1922, di Fatty a Parigi. In quali condizioni l'attore ha apposto la sua firma? In presenza di Picabia? Bisognerebbe poter effettuare delle ricerche alla BNF. Sia quel che sia, Fatty non avrebbe né violentato né ucciso la bellissima Virginia Rappe nel settembre 1922 (la starlette morirà in realtà di peritonite) L'attore sarà sgravato da ogni dubbio e prosciolto per tre volte al termine di un processo che, rilanciato dalla stampa scandalsitica, causerà il suo affondamento professionale.

 

Questa riproduzione, dunque, mostra L'Occhio prima della "caduta", ma anche prima dei due collages rappresentanti il cranio di Duchamp [1] tosato a forma di cometa ed interamente rasato. Il primo collage è stato realizzato a partire da una foto, raramente riprodotta, di Man Ray (1921) e il secondo a partire da una foto datata 1919, epoca in cui Duchamp risiede a Buenos Aires e dove si fa interamente rasare la testa, come lo testimonia una lettera che egli invia a Jean Crotti: "[…] I lost my hair a while ago but an energetic treatment by Yvonne and my close-shaven cut seems to have saved it for a while.**

 

Questa riproduzione permette anche di leggere il commento, quasi cancellato, di Man Ray: "regista di pessimi film" [4]. Sei mesi prima, nel giugno del 1921, Man Ray firmava anche una famosa lettera indirizzata a Tristan Tzara ***. Infine, [2], si nota il collage parziale di una fotografia oggi molto nota, di Man Ray.






* Vedere l'eccellente testo di Thomas Clerc, Maurice Sachs le désœuvré, apparso recentemente presso le edizioni Allia.

 

** Vedere Ephemerides on and about Marcel Duchamp and Rrose Sélavy, J. Gough-Cooper et J. Caumont, Thames and Hudson, 1993.

 

*** L'intestazione di questa lettera è ornata con un fotogramma rappresentante la "baronessa" Elsa von Freytag Loringhoven, nuda, il pube rasato, in una posa delle più suggestive. Senza dubbio tratto dal film (perduto o distrutto) che Man Ray e Duchamp girarono nel 1921, questo documento è la sola traccia di questa realizzazione nel corso della quale la "baronessa" si rasò davanti all'obiettivo dei due compari.

 

 

Fabrice Lefaix 


[Traduzione di Elisa Cardellini]



LINK al post originale:
Le jeu des quatre différences
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10 novembre 2009 2 10 /11 /novembre /2009 17:15

 
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Paul Neuhuys: Tristan Tzara capofila del gruppo dada (1921)

eluard01

 

È Tristan Tzara che bisogna citare del gruppo dada di cui il movimento riveste un carattere internazionale. Dada non persegue nessuna forma artistica. Dada rivendica l'idiozia pura. Non dimentichiamo che i dada hanno spogliato le parole del loro carattere usuale e quest'ultima dunque non potrebbe avere un senso peggiorativo. Ciò significa che Dada non procede per le solite strade della ragione. Dada è un disorientamento radicale del senso comune. A questo riguardo i dada dispiegano una vera ingegnosità nell'essere idioti. Essi evitano con cura tuuto ciò che non è l'inversione dei valori. Liberarsi di ogni acquisizione intellettuale allo scopo di non essere più ingannati da se stessi, questo è l'oggetto che persegue Dada. Per rovesciare il nostro modo di vedere, Dada modifica il nostro modo di parlare. Vuole sciogliere le parole agglutinate dall'uso e che si attraggano tra di loro come la limatura aderisce alla calamità. Tristan Tzara in uno dei suoi manifesti ci prescrive la seguente divertente ricetta:


 

Per fare una poesia dadaista

Prendete un giornale

Prendete delle forbici

Scegliete in un giornale un articolo avente la lunghezza che intendete dare alla vostra poesia

Ritagliate l'articolo

Ritagliate in seguito con cura ognuna delle parole che formano quest'articolo e mettetelo in un sacchetto

Mescolate con calma

Estraete in seguito ogni ritaglio uno dopo l'altro nell'ordine in cui le avete estratte

Ricopiate con cura

La poesia vi somiglierà

Ed ecco finalmente uno scrittore infinitamente originale e di una sensibilità affascinante, ancora incompreso dal volgo.

 

Attiro la vostra attenzione su questa frase: "La poesia vi somiglierà". Tristan Tzara ha ragione. Con questo procedimento le parole avranno acquisito un valore intrinseco. Nuovi rapporti si delineeranno tra di loro. Avrete creato il vuoto e scoprirete più facilmente la parte di inconscio che determina le vostre azioni. Inoltre, tutti gli scrittori che hanno voluto ricrearsi un vocabolario secondo la loro intima visione del mondo hanno praticato mentalmente questa operazione.

 

Ma Dada ha un significato più generale. Non vi è nessun campo in cui non si estenda la sua influenza negativa. In realtà Dada è uno stato di spirito assurdo a cui nulla sfugge. "I veri dada sono contro Dada" e, infatti, chi non trotta sul suo dada all'ora presente? Francofilia, germanofobia non sono che delle variazioni di Dada allo stato positivo. Dada ha sperimentato tutto e non nulla ha potuto soddisfare il suo bisogno di diversità.

 

Dada è un microbo vergine

Dada è contro il carovita

Dada

Società anonima per lo sfruttamento delle idee

Dada ha 391 atteggiamenti e colori diversi secondo il sesso del presidente.

Si trasforma-afferma- sostiene allo stesso tempo il contrario- senza importanza- grida- pesca con la lenza

Dada è il camaleonte del cambiamento rapido ed interessato

Dada è contro il futuro. Dada è morte. Dada è idiota.

Viva Dada. Dada non è una scuola letteraria urla

 

 

Tristan Tzara.

 


 

L'idiozia pura è la panacea universale. Gli atti ragionevoli non procurano che degli inconvenienti. È ciò che permette a Tristan Tzara di concludere: "Sottoscrivete Dada il solo prestito che non apporta nulla".



Paul NEUHUYS

 

 


  Un mio video su Tristan Tzara dal mio canale You Tube

 


 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

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27 ottobre 2009 2 27 /10 /ottobre /2009 19:18
 
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Francis Picabia non pensa alle realizzazioni. Impiega nel distruggere tutta una esatezza sistematica. Si cercherebbe invano, inoltre, un'assenza più completa del senso morale.

 

È nel turbamento consecutivo all'amore che Francis Picabia cerca a formarsi una concezione dell'umanità spogliata di ogni illusione

 

Leggete il mio libricino

dopo aver fatto l'amore

davanti al camino di gomma

 

Chiama questo libricino: Pensées sans langage [Pensieri senza linguaggio]. Perché non vuole essere ingannato dalle parole.

 

Non distingue più i valori. Amore, arte, religione: reazioni chimiche. È un dadaismo fisiologico. Il cuore somiglia alla prostata, il ventre al cervello. E Francis Picabia dira:

 

Gli avvenimenti della mia vita

accadono nella salsa

delle pulsazioni del mio cuore

 

In La Fille née sans mère [La Figlia nata senza madre], poesie accompagnate da disegni, si dedica a vedere funzionare il meccanismo erotico. Considera il desiderio come la sola realtà e cosa non molto importante in sé annette fede oltre allo zoide seminale.

 

La vita, secondo Picabia, non è un "cavolo alla crema", è "una vecchia scatola musicale" che emette sempre lo stesso ritornello. In quanto al prezzo che annette alle conoscenze umane? Gli uomini pensano, egli dice, "in libero cinese".

 

Francis Picabia prova un piacere innocente a lanciare delle palle malleodoranti nelle scuole e nelle accademie. L'odore dei cadilati non sembra disturbarli.

 

In  Jésus-Christ Rastaquouère  [Gesù Cristo Rastacuero], la filosofia disincantata di Picabia sembra voler per un momento uscire dalla sua incoerenza. Ma se Picabia si spiega un po' più chiaramente del solito, è per voltare come un guanto il senso comune. Il suo spirito volontariamente disorientato si diverte a rovesciare la scala dei valori. "Sono le parole ad esistere, dice, ciò che non ha nome non esiste". E per non so quale dispetto metafisico si esercita con un'abilità da prestidigitatore a giocare con destrezza con le locuzioni tradizionali:


 

Non dò la mia paola d'onore che per mentire

Barate dunque, ma non nascondetelo!

Barate per perdere, mai per vincere, perché quello

che vince si perde egli stesso, ecc.

 

e riassume la sua opinione sulla vita sotto forma di una breve storia, "la storia di un uomo che masticava una pistola!"

 

Quest'uomo era già vecchio, dalla sua nascita si dedicava a questa strana masticazione; in effetti la sua arma straordonaria doveva ucciderlo se si fosse arrestato un istante; eppure era consapevole del fatto che un giorno, irrevocabilmente, la psitola avrebbe sparato e lo avrebbe ucciso; tuttavia, senza stancarsi, continuava a masticare...

 

Francis Picabia, per quanto strano sembri, è un poeta tragico.

 

Paul NEUHUYS

 



 

[Traduzione di Elisa Cardellini]


 

LINK al post originale:

Francis Picabia, poète tragique


 

LINK pertinenti alla tematica trattata:

Al Tempo dell'Occhio Cacodilato, 01

 

 

LINK ad un mio video su Picabia dal mio canale You Tube:

 

 


 

 

 

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21 ottobre 2009 3 21 /10 /ottobre /2009 22:10
Dal simpatico blog, Ca ira!, che trae il suo nome dalla famosa rivista belga di lingua francese aperta alle avanguardie artistiche e letterarie e che ospitò molti scritti di Clément Pansaers, abbiamo scoperto dei brevi scritti di un importante scrittore e critico letterario, Paul Neuhuys (1897-1984), dadaista egli stesso e tra i fondatori della rivista.





 
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La pleiade Dada (1921)

di Paul NEUHUYS

 

eluard01

 

Così sono coloro i quali costituiscono la pleiade Dada. Però è scomodo essere dimostrativi di fronte a Dada, perché Dada è un ritorno alla vita disorganizzata, attraverso un modo espressivo spoglio di ogni abitudine verbale. Dada vive di onomatopee.

 

Nell'antichità si diceva di coloro che avevano sollevato il velo dei fenomeni fisici che essi avevano veduto il grande dio Pan. Gli sconvolgimenti della nostra epoca che hanno lasciato apparire una soluzione di continuità nell'evoluzione dell'umanità hanno fatto scaturire una letteratura panica. Senza dubbio Dada è un movimento pessimista. Ma il suo pessimismo è fondato sul pericolo delle ambizioni umane. È in La Rochefoucauld ed in Schopenhauer che bisogna cercare i preliminari di un'intesa internazionale. Dada è il solo legame possibile tra gli uomini, poiché il suo principio fondamentale consiste nel non avere ragione in nulla. Disconoscere Dada è disconoscere il proprio tempo. In un secolo in cui Lenin fallisce dopo Wilson, Dada non ha nulla che debba meravigliarci. I dada perdono deliberatamente piede. Ma se sono idioti non sono stupidi. Non dicono nulla per ridere e non prendono nulla sul serio.

 

Dada è una filosofia. Dada è una morale. Dada è un'arte, l'arte di essere simpatico in un tempo in cui ogni superiorità è diventata insopportabile e dove ogni grandezza umana sembra una facezia.

 

Dada è il fiore delle rovine, non il fiorellino blu dell'ottimismo che i poeti vogliono cogliere tra le rovine di una civiltà, ma un'azalea che piuttosto che implorare una pioggia di sangue cerca di abbeverarsi di siccità.



Paul NEUHUYS

 

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

 


LINK:
La pléiade Dada

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14 ottobre 2009 3 14 /10 /ottobre /2009 10:29
Al Tempo dell'Occhio Cacodilato

Panorama bio-icono-bibliografico dei sessanta firmatari di L'Occhio Cacodilato di Francis Picabia (1921)




Ti aspetterò davanti al garage e tu comparirai nella tua superba automobile




Picabia fotografato da Man Ray nel 1921 a bordo del suo bolide (Delage).

Andremo tutti in paradiso




Picabia a New York (Coney Island?), fotomontaggio, 1917






Straordinario!



Picabia nella sua Maison rose al Tremblay-sur-Mauldre (1922-1924) © Bibl. Litt. Jacques Doucet




Twenty years after (I'm going home)

Capitan Picabia




Andiamoci piano, siamo precisi



Veglione Cacodylate da Marthe Chenal, 1921 © Bibl. Litt. Jacques Doucet


Imprestato al Gaya (e non al Bœuf sur le Toit, che non aprì ufficialmente le sue  porte che il 10 gennaio 1922), per essere collocato, in occasione di un veglione di fine anno, i muri puliti dell'appartamento di Marthe Chenal (Scrivere qualcosa è bene: / Tacere è meglio), L'Occhio Cacodilato ricevette una seconda volte le firme  del circolo di Picabia. Per il momento mi è difficile ipotizzare quali siano le persone che firmarono la tela questa sera del veglione. Si può tuttavia notare che per quasi due o tre eccezioni (che segnalerò ulteriormente), le firme femminili apparivano in verde smeraldo sulla tela mentre gli autografi maschili in nero.

Indubbiamente a causa di un bicchiere rovesciato nel corso di uno spintonamento o a seguito di un gesto sbadato (i più dotati di fantasia tra noi faranno sorgere le risate dei convenuti), la tela fu battezzata, a partire dai suoi due terzi verticale e su quasi tutta la sua altezza, da un liquido di sicuro a base d'alcol. Con il tempo, le firme ed i commenti di Roland Dorgelès e di Marcel Duchamps sono quasi spariti. Per fortuna, una foto in bianco e nero di Man Ray (altra firma diventata quasi illeggibile) permette di leggere la frase, per lo meno contraria (o anti-dada e dunque dada?), di Dorgeles: "Non, je n'en reste pas baba/ Et je jure chez Picabia/ Que je n'aime pas Dada" [No, non rimango baba/ E giuro su Picabia/ Che non amo Dada], (vedi foto in bianco e nero qui sotto).

In quanto alla frase di Duchamp [1], a volte mal citata, essa si riassume con un gioco di parole che introduce la seconda ortografia del suo alter ego: "in 6 che vestì rRose sélavy". Gioco di parole circostanziale o relatante, per i pochi felici, l'innaffiamento della tela? Domandina: per quale motivo Raymond Radiguet, in fondo a destra della fotografia, non ha firmato?

La foto dell'Occhio effettuata da Man Ray per mette di vedere questo collage, oggi scomparso


Marthe Chenal





Marthe Chenal vista da Pierre de Massot

 

 

 

 

Ritratto di Marthe Chenal di Pierre de Massot in Essai de Critique Théâtrale (1922)

Serata VIP (prima classe, accoglienza garantita)

 

 

 

 

Biglietto d'invito al veglione Cacodilato del 31 dicembre 1921


Marthe Chenal, il cui vero nome era Louise Anthelmine, nacque il 28 agosto del 1881 a Saint-Maurice nel Val-de-Marne. Interprete, sin dal 1905, dei ruoli di maggior rilievo dell'Opéra, si fece notare l'11 novembre 1918 cantamdo "la Marsigliese" dal balcone dell'Opéra Garnier, davanti ad una folla immensa e la presenza di Georges Clémenceau. Incarnazione dell'inno nazionale e del patriottismo francese durante la Grande Guerra, Marthe Chenal ottiene un grande successo durante gli anni venti.

Nella sua proprietà di Villers-su-Mer, riceve il bel mondo delle arti, della finanza e della politica. Per le strade della città, la si incontra a bordo della sua Hispano-Suiza, e suscita scalpore. Al di fuori del fatto che frequentava gli stessi ambienti di Picabia, è senz'altro inragione della sua eccentricità e della sua estrema libertà che si fece notare dal
Rastaquouère.

È difficile stabilire con precisione di che genere fu il rapporto tra Marthe Chenal e Picabia, gli archivi ci danno tuttavia alcune indicazioni: in uno spettacolo musicale che si sarebbe intitolato
Les Yeux Chauds [Gli Occhi Caldi], titolo di una tela di Picabia del 1921, Picabia progettava per Marthe Chenal il ruolo principale e la concezione del libretto da parte di Igor Stravinsky. Una rivalità con il barone di Rotschild- che avrebbe voluto offrire un teatro alla cantante- fece abortire lo spettacolo. Fine del 1921, Marthe Chenal incarica Picabia di organizzare una serata al suo palazzo privato di rue de Courcelles. Per quest'occasione, Picabia fece stampare dei biglietti d'invito destinati ai VIP più che ai dadaisti. Germaine Everling (allora compagna di Picabia e con la quale trascorse una parte dell'estate del 1921 presso Marthe Chenal a Villiers) racconta in L'Anneau de Saturne [L'Anello di Saturno], che un centinaio di invitati erano presenti quella sera. Menziona tra i tanti nomi anche quelli di Picasso, Brancusi, Vollard e Morand- i quali non firmarono L’Œil Cacodylate.

Gli ospiti infine accomodatisi, essendo giunta l'ora di andare a tavola, Marthe Chenal  tenne un breve discorso (riprodotto fedelmente- o ricostruito?- da Germaine Everling nel suo libro): "Miei cari amiche ed amici. Voglio innanzitutto ringraziarvi per aver accettato il mio invito. Sapete tutti che il cacodilato è il coadiuvante da cui si trae nuova energia, che ci permette di superare tutte le fatiche, ed avrebe capito che questa parola cacodilato non è stata impiegata oggi che per simbolizzare la forza che acquisterete questa sera, lo spero, a contatto gli uni con gli altri. In fondo a voi stessi, desiderate un cambiamento per il 1922- un cambiamento puramente esteriore, naturalmente, poiché il sole è esterno, la luna esterna e le stelle del vostro cervello non sono visibili soltanto a noi. Siete tutti delle stelle di prima grandezza, benché di differenti paradisi: paradiso del caso, paradiso dell'art nouveau, paradiso parigino o paradiso conservatore. Alla mia destra, Francis Picabia che rappresenta l'estrema sinistra. Se gli si chiede estrema sinistra di cosa? egli risponde di non saperlo! Alla mia sinistra, ecco Jean Cocteau, estrema destra della sinistra- ed io stessa, tra i due, non sono né di destra né di sinistra, ma sono felice se ho potuto riunire in questo piccolo palazzo un gruppo di personalità militanti che darrà al mondo ed alla Francia del 1922 la vitalità e la giovionezza che gli auguriamo! Bevo alla vostra salute e vi abbraccio tutti!


NOTE

[1] Un libricino fuori commercio, Francis Picabia 1879-1954, edito nell'aprile del 1955 dalla rivista Orbes propose propose una riproduzione- senz'altro tratta dalla foro di Man Ray. dell'intervento di Duchamp. Inoltre, su un manifestino del 1964, contemporaneo all'esposizione (ed al catalogo eponimo, già citati) "Francis Picabia, Cappello di paglia? 1921", si poteva leggere, stampato in blu sotto la riproduzione in bianco e nero di Chapeau de Paille?: "… et roses pour Fr’en 6 π [lire ici la lettre grecque "pi" ] qu’habillarrose Sélavy", e cioè:  "... e roses per Fr'en 6 π [pi greco] ch'abbigliòrrose Sélavy". Infine, in una lettera inviata da New York, datata 20 gennaio 1921, l'inventore del ready-made si rivolse al rastacuero in questi termini: " Mâcheur Fran [cfort sau] cisse Pis qu [e quand elle s’] habilla", e cioè: Masticatore Fran[coforte sal] sicce Peggio di [quando lei s'] abbigliò".


Fabrice Lefaix

[Traduzione di Elisa Cardellini]


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30 settembre 2009 3 30 /09 /settembre /2009 19:32
Al Tempo dell'Occhio Cacodilato

Panorama bio-icono-bibliografico dei sessanta firmatari di l'Occhio Cacodilato di Francis Picabia (1921)




 
A mamma e papà, teneramente, Pierre de Massot, 1926 [1]




Pierre de Massot, ritratto da Berenice Abbott ©

 


Pierre de Massot nacque a Lione il 10 aprile del 1900. È il sesto figlio del conte e della contessa de Massot de Lafond. A dispetto delle sue origini aristocratiche, la famiglia de Massot è priva di ricchezze. Quando suo padre va in pensione (è allora ragioniere presso l’Hôtel-Dieu di Lione) la famiglia si stabilisce in una piccola città del Rhône, Pontcharra-sur-Turdine.

 

Dando prova di eccellenti predisposizioni letterarie, Pierre de Massot ottiene con successo due lauree. Sin dal novembre del 1919, de Massot parte per la capitale ma delle preoccupazioni finanziarie lo obbligano a far ritorno presso i suoi genitori per qualche tempo. Allo scopo di tenersi al corrente di una attualità concentrata a Parigi, si abbona a Comœdia, "la rivista degli spettacoli e delle arti" in cui, per via di un resoconto del decimo numero della rivista 391 creata da Francis Picabia, scopre il movimento Dada.

 

Vi si abbona e confida a Picabia il suo entusiasmo: "Mentre il clan reazionario e filisteo sembra dover, questi ultimi giorni, fissare al dadaismo dei limiti (...), accade che appasioni stranamente un giovanissimo scrittore provinciale, direi quasi un campagnolo. Sì, Signore, per quanto ingenua la mia dichiarazione possa apparire, sono dei vostri, essendo un pellegrino dell'Assoluto,... alla deriva".

 

È così che Picabia, colpito da questa lettera, diventa il suo protettore (nominandolo "gestore" di 391, lo accoglie sin da novembre 1921) e lo introduce nei circoli parigini dell'avanguardia. Pierre de Massot frequenta allora numerosi artisti e di scrittori, tra cui André Gide, Jean Cocteau, Henry de Montherlant, Jacques Rigaut, Erik Satie. Ora, ben sistemato, può infine partecipare attivamente alle diverse attività dada. Incoraggiato soprattutto da Max Jacob per cui prova grande ammirazione, Era ai miei occhi l'incarnazione del poeta, scriverà nel 1948 in Les Nouvelles Littéraires, inizia a pubblicare i suoi primi testi sotto forma di articoli e di manifesti.

 

Osservatore di un mondo che sino ad allora gli era estraneo, scrive, tra luglio e novembre 1921, De Mallarmé a 391. Prima opera consacrata alle avanguardie, dedicata a Francis Picabia (che finanziò in parte l'impresa) e a Marcel Duchamp. De Mallarmé à 391 è pubblicato agli inizi del 1922, ma passerà inosservato, le attenzioni dei suoi pari erano focalizzate sul Congresso di Parigi. Benché non vi sia menzione delle copie stampate, questo primo saggio ha senz'altro conosciuto lo stesso destino di quelli che lo seguirono, e cioè una tiratura delle più confidenziali (il suo libretto intitolato Orestie non sarà edito che in... 6 esemplari). Queste basse tirature così come il ruolo ancora minoritario accordato oggi a Pierre de Massot in seno a dada ed al surrealismo, hanno a poco a poco relegato, molto ingiustamente, quest'opera al rango riduttivo di rarità bibliofila.

 

 

 

 

De-Massot.jpg



A mamma e papà, teneramente, Pierre De Massot, 1926 [2]


Pierre de Massot e Robbie, Deauville, agosto 1925

Poco remunerative, le attività di Pierre de Massot lo costringono, nel 1922, ad abbandonare la capitale ed a raggiungere Pontcharra. Una volta ancora, Picabia gli verrà in aiuto proponendogli di svolgere il ruolo, nella primavera del 1922, di precettore presso le sue due figlie che abitavano con la loro madre, Gabrielle Buffet. L'episodio sarà breve e de Massot finirà per ritornare a parigi dove lavorerà in una libreria. Vi farà soprattutto la conoscenza, tra altri protagonisti del movimento dada, di Tristan Tzara. A quest'epoca, de Massot prende la difesa di Picabia, vivamente attaccato dalla critica in seguito ai suoi invii al Salon des Indépendants e al Salon d'Automne, in particolare a causa delle sue tele La Nuit espagnole e La Feuille de vigne.

Faceva stampare e distribuire un volantino all'ingresso del Salon d'Automne, la difesa di Pierre de Massot si esprimeva con un tono preso in prestito dalle stravaganze dadaiste: "Io, Pierre de Massot, giovane idiota, provinciale, sentimentale, arrivista, opportunista e senza futuro, affermo che voi soltanto, affascinanti artisti, siete ancora convinti che Francis Picabia se ne freghi del mondo [...]". Ma la libertà dada, evidentemente, aveva dei limiti per alcuni, in questo caso per il puritano André Breton. Durante la serata del
Coeur à Barbe, che si tenne il 6 luglio del 1923, de Massot lesse una dichiarazione che dispiacque molto al capo orchestra di Littérature: "André Gide, morto sul campo d'onore, Pablo Picasso, morto sul campo d'onore [...]". Assumendo la difesa di Picasso, Allora da quelle parti, Breton salì sulla scena ed ordinò a de Massot di abbandonare la sala. Di fronte al rifiuto del giovane, immobilizzato da entrambi i lati dai suoi sostenitori Robert Desnos e Benjamin Péret, Breton assestò un colpo di canna a de Massot e gli fratturò il braccio, il che non gli impedì di terminare la sua lettura dopo l'evacuazione da parte della polizia dell'oltraggiato e dei suoi sbirri.


Altra amicizia importante, quella di Marcel Duchamp, di cui acquistò diverse sue opere nel corso della sua vita ed a cui dedicherà, nel 1948, un articolo presentandolo con i tratti più elogiativi possibili: "Di colpo, ammiravo quel volto, quell'ammirevole profilo di una purezza senza eguale, quell'eleganza sovrana nel vestire, i gesti, il parlare, quella specie di dandismo altero che temperava la gentilezza più squisita. Ed anche quel ridere silenzioso che tagliava il fiato ai pedanti [Esquisse pour un portrait à venir de Marcel Duchamp », Le Journal des Poètes].

Nel 1924, due anni dopo il suo
Essai de Critique Théâtrale, che egli dedica a Germaine Everling e di cui Francis Picabia scrive la prefazione, De Massot pubblica un'opera per lo meno laconica dedicata al padre del ready-made ed intitolata The Wonderful Book. Reflections on Rrose Sélavy: fatta eccezione per la corta Introduzione "di una donna senza importanza" (scritta da de Massot stesso), questa pubblicazione si riassume in dodici pagine di agenda che non comprendono che i mesi dell'anno. Marcel Raval recensirà questa pubblicazione atipica nel numero 36 della rivista Les Feuilles Libres (marzo-giugno 1924): "The Wonderful Book, è un libro bianco, ma di quel biancore attraverso cui si esprime un malessere, una mancanza di fede. Pierre De Massot, per ironia, osserva due minuti di silenzio per tutti coloro che non lo faranno mai". Una "mancanza di fede", o un gesto dada che prende in giro i limiti tradizionali impartiti al libro e che il lettore ritrova dopo il richiamo delle opere pubblicate "dallo stesso autore": di prossima pubblicazione: Nulla.

Proseguendo un'attività che iniziò in Comœdia nel 1920, de Massot continua a pubblicare degli articoli o delle poesie in numerose riviste dell'epoca. Il suo nome appare infatti accanto a quelli di Philippe Soupault, Serge Charchoune e Kurt Schwitters nel terzo numero di Manomètre (agosto 1923); in Les Feuilles libres nel 1923 e 1924; in La Révolution surréaliste nel 1929 dove fa parte dei firmatari del manifesto La révolution d’abord et toujours! [La rivoluzione innanzitutto e sempre!], ecc. Dal 6 giugno all'( luglio 1929, lontano dai suoi primi contributi dada in 391, De Massot consegna 33 episodi di un "récit paysan" [racconto contadino] a L'Umanité: De Père inconnu [Di Padre sconosciuto].

La scelta di quest'ultimo quotidiano come contenitore non fu effetto del caso: le aspirazioni politiche di de Massot lo condussero effettivamente, all'avvicinarsi della guerra, a diventare un militante attivo del Partito Comunista Francese, prima di dedicare le sue ultime forze vive, alla fine degli anni cinquanta a dei gruppi di estrema sinistra di orientamente trotskista. Il 1929 è un anno nero per il poeta: l'8 novembre, apprende del suicidio del suo amico
Jacques Rigaut. L'autore di Agence Générale du Suicide [Agenzia Generale del Suicidio] aveva posto fine ai suoi giorni con il revolver che gli aveva prestato alcuni giorni prima. Se i testi dei due uomini differiscono in molti punti di vista letterari, una sensibilità comune e poco commentata sino ad oggi, li apparenta.

Per questi poeti in cerca dell'assoluto, che non fecero che poche concessioni nella loro esistenza in definitiva poco felice, Dada non fu che un epifenomeno, un fragile supporto per due personalità estreme che hanno adottato l'atteggiamento del dandy in preda alla pura disperazione di una causa.


[Post originale datato 19 juin 2005]



A mamma e a papà, teneramente, Pierre de Massot, 1926 [3]





Pierre de Massot a Pontcharra (1928)


Come Jacques Rigaut, de Massot si dedica, durante gli anni trenta, a diverse droghe (eroina, morfina, cocaina, oppio, etere, hascisch) così come all'alcol malgrado una salute già fragile. Alcuni tentativi di disintossicazione non avranno successo con questo temperamento eccessivo e fondamentalmente disperato. Pierre de Massot affiderà la sua quotidianità tormentata  alle pagine del suo Cahier noir [Quaderno nero], un diario a tutt'oggi inedito. Malgrado i sostegno della sua compagna Robbie (Eliga Helen Stewart Robertson, una giovane scozzese presentatagli da Man Ray nel 1922), de Massot non conobbe che rari momenti di tregua nella sua esistenza contraddistinta da una situazione finanziaria che oramai non migliorerà più.

 

La coppia intraprenderà qualche viaggio con il terminare dei quali si separerà. Avranno un figlio, Pierre-François, nato nell'aprile del 1932. Robbie (che deve il suo sopranome a Marcel Duchamp) abbandonerà de Massot alcuni mesi per vivere un'avventura con un'amica comune. Nonostante questa relazione difficile, a volte lacerante, de Massot e Robbie si sposano nel luglio del 1928, anno in cui apparirà Soliloque de Nausicaa [Soliloquio di Nausicaa], illustrato con cinque disegni di Jean Cocteau che, dopo qualche anno prima, gli diede il proprio sostegno: "affermo di non aver mai visto in te un piccolo provinciale interessato ad ogni cosa ma un cuore adorabile che tutti cercavano di far indurire". La coppia resterà legata, senza tuttavia condurre una vita comune, sino alla morte di Robbie avvenuta alla fine del mese di agosto del 1951.

 

Gli anni Trenta segnano la presa di distanza del poeta con i movimenti letterrai ed in particolare con il surrealismo. Rimasto vicino ad André Breton, il "disertore" de Massot passa attraverso un periodo di introspezione che vedrà nascere due testi autobiografici: Billy, bull-dog e philosophe, ou Prolégomènes à une éthique sans méthaphisique [Billy, bull-dog e filosofo, o Prolegomeni ed un'etica senza metafisica], apparsa nel 1930, e Mon corps, ce doux démon [Il mio corpo, questo dolce demone], "scritto nel 1932 a bordo di L'Horizon", lo yacht di Francis Picabia ancorato nel porto di Antibes e che non sarà edito che nel 1959 ed in cui egli parla della sua bisessualità: "La maggior parte delle mie amiche sono, per impiegare la terminiologia di Marcel Proust, gomorree (...) Cerco (...) sempre l'amicizia degli invertiti dei due sessi, qualunque sia la classe sociale a cui essi appartengano, per il fatto che beneficiano di una intelligenza e di una sensibilità estremamente acuta e che la libertà per essi non è una parola vuota.  Quale gioia quando Robbie, una volta stabilita la nostra intimità, mi confessò dei suoi gusti identici ai miei e soprattutto del proprio sesso. Quest'ultima dichiarazione mi incantò: ammetterò che sin da allora mi misi all'opera per concretizzarla".

 

Questi ultimi due testi a parte (i più lunghi dell'insieme della sua opera), l'attività letteraria di Pierre de Massot rallentò notevolmente. Il suo studio sul music-hall, Jolies poupées [Bambole graziose], sembra segnare una pausa nella sua produzione letteraria in questo 1931, in cui scirve Le déserteur [Il disertore], una poesia che apparirà sul n° 3 della rivista Orbes (prima serie, primavera 1932) diretta da Jacques-Henry Lévesque e Olivier de Carné. La seconda serie di Orbes accoglie le sue note di lettura, tra le quali figura la sua recensione (Orbes, n° 2, estate 1933) di L'Opposition et les cases conjuguées sont réconciliées  [L'Opposizione e le caselle congiunte sono riconciliate], un trattato di scacchi che Marcel Duchamp e Vitaly Halberstadt hanno pubblicato nel 1932.


 

Quest'articolo gli dà l'occasione di segnalare l'imminnete pubblicazione della Boîte verte [Scatola verde] di Duchamp: "Aspetto con impazienza il nuovo libro che sta preparando Marcel Duchamp (...) che non ha smesso di meravigliarci e suscitare il nostro stupore e l anostra ammirazione". Il n° 4 ed ultimo di questa seconda serie di Orbes (estate 1935) riunisrà una volta ancora i nomi di Duchamp (che illustra la quarta di copertina con Témoins oculistes [Testimoni oculisti], un disegno realizzato su carta carbone nel 1920) e de Massot, che pubblica la sua nota di lettura dedicata alla Boîte verte, considera [...[ che l'importanza di questo libro è [...] analoga a quella delle Illuminations  e dei Chants de Maldoror. Vedo già i suoi futuri scoliasti, innumerevoli esegeti a venire e le tesi che farà scrivere. Sono certo di essere buon profeta. Non voglio altro, oggi, a garanzia che le risate a contro senso e l'incomprensione totale dei più".

 



Per contro, le sue attività politiche diventano più sostenute e la sua collaborazione sotto forma di articoli non si limita alle sole colonne di L'Humanité. Degli organi vicini al P.C.F. accolgono le sue prese di posizione che la guerra, durante la quale raggiunge le fila dei F.T.P., non avrà fatto che esacerbare ancor più. Sin da allora, de Massot si troverà in ogni lotta e firmerà un gran numero di manifesti antifascisti a partire dal 1946. Contro il regime di Tsaldaris in Grecia, contro la guerra del Vietnam nel 1949, contro la firma del patto dei Cinque nel 1951. Militerà anche per la liberazione del poeta turco Nazim Hikmet nel 1950, per quella di Henri Martin nel 1953 e di Massali Hadj nel 1954. Soltanto gli avvenimenti di Ungheria, dopo i quali dimissionerà subito dal P.C.F nel 1956, porranno un freno al suo militantismo.

 

Il dopoguerra, durante il quale, dal 1947 al 1958, lavora in qualità di redattore per la Paramount Pictures, non gli lascerà che poco spazio per la poesia e la letteratura. Nel 1945, appaiono 5 poëmes, una raccolta con una tiratura di trenta copie, dedicata a Marcel Duchamp e contenente un ritratto dell'autore di Francis Picabia; nel 1949, un altro libricino fuori commercio, Orestie; nel 1954, Mot clé des Mensonges [Parola chiave delle menzogne]; nel 1955, Galets abandonnés sur la plage [Ciottoli abbandonati sulla spiaggia], dedicato a George Auric con unìacquaforte di Jacques Villon. Les Nouvelles littéraires continuano a pubblicare i suoi articoli ma la sua situazione materiale rimane delle più precarie. Jean Cocteau, André Gide, Jacques Maritain e Marcel Duchamp gli vengono in aiuto.

 

Nel 1961, anno in cui de Massot passa alcuni mesi al sanatorio di Assy per motivi di salute sempre più cattiva, una vendita di beneficenza è organizzata a sua favore ed a quello di Georges Bataille all'Hôtel Drouot. Durante quest'occasione, Zadkine, Duchamp, Arp e Villon fanno dono di alcune delle loro opere. La partecipazione finanziaria dei suoi amici gli permetterà lo stesso anno di pubblicare Le Mystère des Maux [Il mistero dei mali], una raccolta raggruppante la maggior parte delle sue poesie. L'epigrafe di Francis Scott Fitzgerald, tratta da uno dei più terribili racconti dello scrittore americano (L'incrinatura, 1945), che Pierre de Massot scrisse in esergo ad uno dei suoi ultimi testi Marcel Duchamp, Propos et souvenirs [Marcel Duchamp,  opinioni e ricordi, 1965], non lascia alcun dubbio in quanto alla chiaroveggenza del poeta neo confronti del suo stato di salute: "Ogni vita è la storia di un processo di distruzione". Al solo scopo di aumentare i suoi diritti d'autore, il gallerista ed editore Arturo Schwartz fornì per l'edizione di questo ritratto-ricordo dagli accenti spesso nostalgici, una tiratura allietata da un ready-made di Marcel Duchamp (L.H.O.O.Q.).


Due altre figure maggiori delle annate dada, dei tempi di 391, del Bœuf sur le toit e delle prime amicizie, saranno il soggetto dei due ultimi libri di Pierre de Massot: Francis Picabia, una monografia pubblicata nel 1966 e André Breton ou le Septembrisseur, edito nel 1967. Tuttavia, lo stato di Pierre de Massot non fa che aggravarsi. Poco prima la morte di André Breton, deve affrontare una seria depressione che lo obbliga ad una ospedalizzazione di diversi mesi. Da allora, de Massot non lasci apiù Parigi, dove, rue Dauphine, divide una camera ammobiliata in un albergo dei più modesti con la sua ultima compagna, Micheline Kunosi. È nella più completa povertà che Pierre de Massot diserta definitivamente la vita il 3 gennaio 1969.

 

 


BIBLIOGRAFIA

- De Mallarmé à 391, Au Bel Exemplaire, Saint-Raphaël, s.d. [1922].
- Essai de Critique Théâtrale, Paris, fuori commercio, s.d. [1922].
- The Wonderful Book. Reflections on Rrose Sélavy, Paris, fuori commercio, s.d. [1924].
- Parisys ou Sans dessous de Soie, Paris, fuori commercio, 1925.
- Saint-Just ou Le divin bourreau, Paris, fuori commercio, 1925.
- Etienne Marcel prévôt des marchands, Paris, fuori commercio, 1927.
- Soliloque de Nausicaa, Paris, fuori commercio, 1928.
- Prison de soie, Paris, les éditions de Paris, Coll. Les Images de Paris, n°1, 1930.
- Prolégomènes à une éthique sans Métaphysique ou Billy, bull-dog et philosophe, Paris, éditions de la Montagne, 1930.
- Fleurs des champs, Paris, les éditions de Paris, Coll. Les Images de Paris, 1930.
- Jolies poupées, étude sur le music-hall, Pafris, les éditions de Paris, Coll. Les Images de Paris, 1931.
- Mots clé des mensonges, Paris, fuori commercio, 1954.
- Galets abandonnés sur la plage, Alès, PAB, 1958.
- Tiré à quatre épingles, Alès, PAB, 1959.
- Mon corps, ce doux démon, s.l.n.d. [Alès, PAB, 1959].
- Oui, lettres d’Erik Satie adressées à Pierre de Massot, Alès, PAB, 1960.
- Le mystère des maux, Paris, fuori commercio, 1961.
- Marcel Duchamp, Propos et souvenirs, Milano, Arturo Schwartz, 1965.
- Francis Picabia, Paris, Seghers, Coll. Poètes d’aujourd’hui, 1966.
- André Breton ou Le Septembriseur, Paris, Eric Losfeld, Le Terrain Vague, 1967.
- Le déserteur, Œuvre poétique 1923-1969, poesie scelte e presentate da par Gérard Pfister, Paris, Arfuyen, 1992.
- Etude sur Pierre de Massot (1900-1969), tesi di dottorato inedita sostenuta da Gérard Pfister all'Università di Parigi IV-Sorbone, 1975.
- Dossier Pierre de Massot (articoli e documenti inediti, corrispondenza, bibliografia) in Etant donné Marcel Duchamp, n° 2, A.E.M.D. et éd. Liard, Baby, 2000, pp. 52-176.

 

 

 

 

Fabrice Lefaix

 

 

 

 

[Traduzione e cura iconografica di Elisa Cardellini]

 

 

LINK ai post originali: 

A maman et à papa, tendrement, Pierre de Massot, 1926

 

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17 settembre 2009 4 17 /09 /settembre /2009 18:23

Un saggio davvero interessante, questo di Laurent Margantin, ed importante anche. Non vengono analizzate in esso nessuna tecnica artistica oppure specifici contributi teorici dei loro vari membri, ma, cosa rara e quindi tanto più preziosa, il saggio è centrato sulla verifica dell'influenza di un orientamento etico-politico, all'epoca molto influente e ricco di personalità appartenenti al mondo della cultura in generale e dell'arte e della letteratura. Un contributo quindi prezioso e che aiuta soprattutto a meglio inquadrare storicamente e nell'importante campo della storia delle idee questo capitale movimento artistico di avanguardia grazie anche soprattutto alla competenza in materia ed alla notevole capacità di sintesi e di inquadramento dell'argomento del suo autore.

Dada o la  bussola pazza   dell'anarchia

Una Germania sommersa 

 

 

Se l'anarchismo è innanzittutto l'affermazione delle potenzialità individuali contro la società borghese, contro lo Stato, contro tutte le forme di alienazione collettiva, allora bisogna cominciare a riconoscere prima del dadaismo, nella letteratura tedesca, quanto ha potuto annunciare quest'avanguardia che si associa automaticamente all'anarchismo.

 

Tutto comincia con Fichte ed i romantici tedeschi, con l'affermazione di un soggetto autonomo e assolutamente libero di auto-crearsi: Con l'essere libero, cosciente di sé, appare allo stesso tempo tutto un mondo, a partire dal nulla. Il "Più antico programma dell'idealismo tedesco", di cui l'autore è sia Hölderlin, sia Hegel, sia Schelling (più probabilmente Schelling), continua demolendo la legittimità dello Stato: Soltanto ciò che è oggetto della libertà si chiama Idea. Dobbiamo dunque superare anche lo Stato! Perché ogni Stato è obbligato di trattare gli uomini come un ingranaggio meccanico; ed è quanto non deve accadere, bisogna dunque che si fermi. 

 

Fondato sull'idea di libertà, questo "Programma" è senza dubbio il primo manifesto anarchico, ben lungi dal culto dello Stato al quale si associa abitualmente il romanticismo tedesco e la cultura germanica. Nel suo fondo, il primo romanticismo è anarchizzante ed annuncia il dadaismo, è anche fondalmentalmente provocatore, come emerge da questo testo di Friedrich Schlegel, le cui intonazioni sono dadaiste (addirittura nietzscheane) ante litteram: "L'uomo domestico deriva la sua formazione dal gregge in cui è nutrito e soprattutto dal divino pastore; quando giunge alla, stabilisce e rinuncia allora, sino a finire con il pietrificarsi, al folle desiderio di muoversi liberamente, il che non l'impedisce spesso, nei suoi ultimi giorni, di mettersi a giocare con le multicolori caricature. Certo, non è innanzitutto senza fatica né senza male che il borghese è calzato e vestito per essere trasformato in macchina. Ma per poco che esso sia diventato una cifra nella somma politica, ha fatto la sua felicità e si può, ad ogni punto di vista, considerare che è compiuto sin da quando, da persona umana che era, si è metamorfosizzato in personaggio. E la stessa cosa vale tanto per la massaquanto per gli individui. Essi si nutrono, si sposano, fanno dei figli, invecchiano e lasciano dopo di loro dei figli che vivono di nuovo allo stesso modo, lasciano dei figli simili e così via all'infinito". E Schlegel aggiunge una sentenza implacabile: "Non vivere che per vivere, questa è la vera fonte della volgarità".


All'inizio del XVIII secolo, i romantici tedeschi iniziarono il grande movimento di critica dell'anima borghese, per la quale l'individualità dell'uomo doveva essere bandita a profitto della riproduzione di un modello sociale innamovibile, qui comparato al modello macchinale (il borghese "calzato e vestito per essere trasformato in macchina"). Singolare critica in un'epoca in cui la Germania non era ancora entrata nell'era industriale e che si trovò amplificata un secolo più tardi e sino a noi.

 

Dall'anarchismo a Dada

 

Dal primo romanticismo che critica lo Stato-macchina e la società meccanizzata all'anarchismo, non c'è dunque che un passo. In compenso, si può dire senza esagerare che Dada deriva direttamente da un confronto diretto con le tesi e la realtà anarchiche. Nel suo libro Avant garde und Anarchismus, Hubert van den Berg ha eretto un panorama impressionante di questo confronto, senza scartare le altre correnti politiche maggiori. Egli ricorda innanzitutto che in Europa, alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, l'anarchismo era una corrente politica potente che faceva concorrenza ai partiti socialdemocratici al punto che i governi in carica si adoperavano molto in fatto di sicurezza e repressione di questo movimento politico.

Ci si ricorda anche degli attentati anarchici della fine del XIX secolo contro personalità ed istituzioni, attentati che ebbero un impatto importante sull'opinione pubblica ed apportarono all'anarchismo un'aura particolare. Nel suo Piccolo lessico filosofico dell'anarchismo, Daniel Colson fa dell'attività terroristica di una parte del movimento libertario il quadro seguente, senza il quale non si può comprendere l'attività dadaista: "ampiamente negativo nei suoi effetti (la morte dei suoi autori e delle sue vittime), il carattere "esplosivo" delle bombe anarchiche non cesserà più tuttavia, per un mezzo secolo, di dare, simbolicamente questa volta, il senso dell'azione libertaria e del suo modo di concepire il mondo. In effetti, istantanea nei suoi effetti, incaricata di esprimere tutte le speranze di un atto irrimediabile e definitivo, tutti i timori e tutte le speranze di una volontà individuale confrontata alla vita ed alla morte, la bomba anarchica è direttamente portatrice nella sua materialità stessa dell'idea di "esplosione" dell'ordine del mondo, di ricomposizione radicale degli elementi che lo compongono".

 

Nella sfera del potere simbolico che Dada avrebbe rappresentato tanto a Berlino quanto a Zurigo, si sarebbe trattato di colpire gli spiriti attraverso il rovesciamento di tutti i codici letterari e poetici esistenti, di fare esplodere dunque l'ordine del mondo nella sua realtà sociale, senza che sia certo che l'obiettivo di questa esplosione era "la ricomposizione radicale degli elementi che lo compongono". 

 

Allo stesso tempo, e per il fatto della grande risonanza in tutta Europa degli attentati con la bomba o altri tentativi di assassinio (come quella dell'Imperatore tedesco Guglielmo II), gli scritti di anarchici come Kropotkin, Bakunin o Stirner beneficieranno di un'importante uditorio negli ambienti intellettuali europei. Molto presto, un movimento intellettuale e "bohême" si formò intorno ad autori come Gustav Landauer o Erich Mühsam, i quali, con gli espressionisti, fondarono una cultura o meglio un clima anarchico nella Germania degli anni precedenti la Prima Guerra mondiale. 

 

I legami tra espressionisti ed anarchici erano numerosi nell'ambiente culturale monachese, come evidenzia il giornale di Mühsam negli anni '10 e si sa che il dadaismo, anche se prese le sue distanze dall'espressionismo, si riconobbe nel suo appello ad una rivolta totale contro l'ordine stabilito. Esisteva dunque un clima propizio all'apparizione di un movimento nuovo che combinasse in modo indissociabile rivolta politica ed espressione artistica di un nuovo ordine. Senza lo sfondo politico e rivoluzionario dell'epoca, vigoroso e fermo come mai in un momento chiave della storia della Germania- segnata dall'esasperazione del nazionalismo e del colonialismo dell'impero guglielmino, poi, conseguenza diretta, dalla prima guerra mondiale, che rivelò agli occhi della nuova generazione l'assurdità omicida del capitalismo moderno, Dada poi il surrealismo non sarebbero mai apparsi. 

 Bisogna dunque rovesciare la prospettiva secondo la quale l'artista moderno si sarebbe impegnato in un momento dato nella lotta rivoluzionaria e tentare di comprendere come, in circostanze storiche precise, la scrittura dadaista, fu l'espressione più forte dell'arte come politica, ma come politica di un individuo disalienato dallo Stato e da tutte le "verità" collettive, di un individuo in cammino verso la libertà e pronto a sacrificarle tutto. È qui appunto che Dada dovette rompere con il campo politico come era dato, anche rivoluzionario. Anarchia nel senso dunque più estremo del termine, anarchia nei margini di ogni entità sociale riconoscibile.  

 

Che molti dadaisti, sopratutto Hugo Ball e Richard Huelsenbeck, abbiano collaborato alla stessa rivista di Erich Mühsam, Revolution, non meraviglia affatto. Un testo di Mühsam apparso nel primo numero, nel 1913, è anticipatore dei futuri manifesti anarco-dadaisti e soprattutto situa l'azione rivoluzionaria su un piano tanto sociale quanto spirituale, dimensione che caratterizza fortemente il dadaismo: "La evoluzione è un movimento tra due condizioni. Non ci si rappresenti un lento movimento rotatorio ma un'eruzione vulcanica, l'esplosione di una bomba o ancora una suora che si sta spogliando. Una rivoluzione si produce quando una situazione è diventata insopportabile: che questa situazione abbia preso la forma delle relazioni politiche o sociali di un paese, di una civiltà spirituale o religiosa o delle caratteristiche di un individuo. Le forze produttive della rivoluzione sono noia e desiderio, lel oro espressioni sono distruzione ed elevazione. Distruzione ed elevazione sono identiche nella rivoluzione. Ogni desiderio è desiderio creatore (Bakunin) Alcune forme della rivoluzione: morte del tiranno, rovesciamento di un potere autoritario, fondazione di una religione, distruzione di tutte le tavole (nelle convenzioni ed in arte), creazione di un'opera d'arte; l'accoppiamento. Qualche sinonimo per la rivoluzione: Dio, vita, estro, ebbrezza, caos. Lasciateci essere caotici!".

 

Mühsam, in modo manifesto, anticipa qui Dada, non fosse che per la sua concezione di una rivoluzione violenta e spontanea (eruzione vulcanica, esplosione di una bomba o suora che sta denudandosi) che non consiste in un semplice movimento popolare o in una seria di atti individuali che dovrebbero essere eseguiti ad un livello collettivo, ma si caratterizza soprattutto per la sua dimensione spirituale ed artistica, l'atto rivoluzionario principale essendo la "distruzione di tutte le tavole (nelle convenzioni e nell'arte)" e la "creazione di un'opera d'arte".

 

Rivoluzione che non richiede dunque un rovesciamento del potere esistente per sostituirne un altro, ma una distruzione del potere, dell'essenza stessa del potere, sotto tutte le sue forme sociali, siano esse politiche, artistiche, morali. Contro la legislazione, il vulcano; contro l'arte, la poesia-bomba; contro la Chiesa, la suora nuda. Dada, sotto molti aspetti, non sarà che questo: la rappresentazione incessante del rovesciamento di tutte le forme del potere, quanto la rappresentazione dell'opera d'arte borghese, ultimo sogno di un ordine estetico a venire, nel caos ed il frastuono della poesia disarticolata, disfatta, cacofonica. Rivoluzione realizzata dal solo vacillamento della lingua, arkè assoluto e che si trattava, attraverso la poesia-esplosione, di abolire.

 

Vi fu tuttavia, in ragione delle circostanza storiche e delle affinità intellettuali suddette, subordinazione del movimento Dada verso l'anarchismo come corrente politica o anche pensiero filosofico? Crediamo proprio di no.  Una prima caratteristica della politica dadaista (se si può parlare a proposito di politica nel senso classico del termine) è il suo esplosivo sincretismo.  

 

Così, Hubert van den Berg distingue quattro tendenze politiche nel dadaismo: 1) un comunismo a carattere marxista (vicino allo spartachismo), rappresentato da Franz Jung o Georg Grosz ad esempio; 2) un nichilismo antipolitico a forte tendenza individualistica le cui figure sarebbero Picabia, Tzara o il berlinese Huelsenbeck; 3) una messa in scena messianica di cui il migliore rappresentante è Johannes Baader; 4) una sinistra radicale in cui l'anarchismo svolge un grande ruolo, rappresentato da Hugo Ball e Raoul Hausmann. Questa ripartizione mostra la difficoltà a ricondurre il dadaismo ad un inquadramento politico qualunque, anche se i riferimenti anarchici sono numerosi. L'evoluzione di diversi dadaisti verso il marxismo e la loro adesione al partito comunista fondato in Germania nel 1919 è un dato importante. 

Malgrado queste differenze sul piano ideologico, non è meno certo che numerosi atteggiamenti ed atti dadaisti sono, al di là del campo politico ed anche ideologico, l'espressione di una volontà di andare oltre, di superare la politica rivoluzionaria spicciola, come se la coscienza dada fosse sempre la più forte, secondo cui una vera rivoluzione si compie fuori dei quadri ideologici precisi, in una specie di allegra distruzione di tutto ciò che impedisce all'essere umano- in modo collettivo ed alienante- di accedere al dominio della libertà individuale. 

 

Il manifesto per dinamitare il potere


Dada, che sia a Zurigo, Berlino o Parigi, scriverà dei manifesti. Leggiamo quello di Jefim Golyscheff, Raoul Hausmann e Richard Huelsenbeck, che dada 1919, redatto a Berlino in una delle epoche più torbide della storia moderna della Germania, caratterizzata dalla  sconfitta del nazionalismo e del militarismo prussiani, e la repressione di un movimento rivoluzionario. Il testo si intitola "Che cos'è il dadaismo e cosa vuole in Germania?". 

Si legge innanzitutto che il dadaismo chiama alla "unione  rivoluzionaria internazionale di tutti gli uomini creatori e spirituali del mondo intero sulla base del comunismo radicale", parola d'ordine che non potrebbe essere più classica di così se non si menzionassero gli uomini sia creatori sia spirituali (benché abbiamo visto Mühsam far appello all'intelligenza artistica), in seguito- e là le cose si degradano dal punto di vista propriamente rivoluzionario- il dadaismo chiama alla "introduzione dello sciopero progressivo attraverso la meccanizzazione generalizzata di ogni attività. È soltanto attraverso lo sciopero che l'individuo ha la possibilità di assicurarsi della verità della sua esistenza e di abituarsi infine all'esperienza".

 

Il manifesto in seguito si trasforma in una parodia di appello rivoluzionario, come se la specificità dell'anarchismo dadaista dovesse esssere di svuotare del suo senso e della sua potenza tutte le forme catalogate dell'espressione politica. È così questione di un "comitato centrale" creato "affinché gli articoli di legge dadaisti siano rispettati da tutti i cleri ed i professori", "affinché il concetto di proprietà sparisca totalmente", "affinché sia introdotta la poesia simultaneista come preghiera dello Stato comunista", "affinché le Chiese autorizzino la rappresentazione di poesie  Bruitiste, simultaneiste e dadaiste", "Affinché sia creato un comitato dadaista in ogni città con più di 50.000 abitanti in vista di una nuova formazione dell'esistenza", "Affinché siano controllate tutte le leggi e tutti i decreti dal comitato centrale dadaista della rivoluzione mondiale" e "Affinché tutte le relazioni sessuali siano presto regolamentate nel senso dadaista internazionale attraverso la creazione di una centrale sessuale dadaista". L'intenzione qui è quello di squalificare il discorso rivoluzionario così come è usato nei partiti comunisti europei, ma più generalmente tutte le costruzioni ideologiche attraverso le quali si opera un saccheggio del collettivo sull'individuo creatore di sé, il solo individuo che valga veramente, l'artista.  

 

Ma c'è una politica dell'individuo-artista, fondata sull'idea di libertà, se non quella, dadaista, che disfa giustamente ogni possibilità di una politica concepita come potenza di uno solo su alcuni o di alcuni su alcuni? Se c'è anarchismo dadaista, non è questo nichilismo antipolitico evocato a proposito di Huelsenbeck, non è una forma di anarchismo disperato spezzante la potenza sin nella parola di cui mette in scena, in poesia catastrofiche, il ritorno al suono primitivo? Perché c'è una volontà dadaista di ritornare al primordiale, a ciò che precede lo stato sociale dell'uomo, in una  prospettiva stranamente rousseauiana e che potrebbe bene, nel suo fondo, animare il dadaismo.

 

Così, uno dei fondatori del gruppo di Zurigo, Hans Arp, ha intitolato una raccolta di poesie Ich bin in der Natur geboren (Sono nato nella natura), raccolta nella quale si può leggere la poesia Configurations de Strasbourg (configurazioni di Strasburgo) che inizia così: Sono nato nella natura. Sono nato a Strasburgo. Sono nato in una nube. Sono nato in una pompa. Sono nato in un vestito, e che seguita con una presentazione del gruppo dadaista e dei suoi obiettivi: "Nel 1916, a Zurigo, ho generato Dada con degli amici. Dada è per il non senso il che non vuol dire idiozia. Dada è privo di senso come la natura e la vita. Dada è per la natura e contro l'arte". Questo tema è ricorrente presso Arp così come nella maggior parte dei dadaisti. Affermare la vita individuale, è affermarsi come essere vivente in mezzo alla realtà non condizionata dall'uomo e l'universo fittizio da lui creato. Il processo di decondizionamento passa a volte attraverso un'esperienza onirica ed immaginaria che è quella della metamorfosi delle forme, degli esseri o delle situazioni ("Sono nato in una nuvola. Sono nato in una pompa").


Raoul Hausmann proclama in un manifesto dadaista del 1918 firmato tra gli altri da Tristan Tzara, Hugo Ball e Hans Arp che "La parola Dada simbolizza la relazione primitiva con la realtà circostante" e che "con il dadaismo una nuova realtà prende posto". E aggiunge: "Per la prima volta nella Storia, il dadaismo non si pone più di fronte alla vita ad un livello estetico, lacera tutti gli slogan dell'etica, della cultura e dell'interiorità che non sono che dei mantelli per muscoli magri". Con il dadaismo, scrive ancora, "la vita appare come un intreccio similtaneo di rumori, colori e di ritmi spirituali che risorgono direttamente nell'arte dadaista sotto forma di grida e di febbri sensazionali della psiche quotidiana e in tutta la sua brutale realtà". L'arte dada è associazione di elementi contradditori e anacronistici ed è in questo che esprime la vita, che è anarchia. Essere anarchici nel vero senso del termine, nel senso artistico del termine, è sposare il flusso della vita, anarchia prima, è ritornare a ciò che ha preceduto tutte le costruzioni mentali dell'umanità ricoprendo la libera anima dell'individuo.


Johannes Baader, in quanto "dada in capo", presenta così le cose: "Un dadaista è un uomo che ama la vita nelle sue forme più singolari e che dice: so che la vita non è tutta qui, ma che è anche là, là, là (da, da, da ist das Leben)! Di conseguenza il vero dadaista padroneggia tutto il registro delle espressioni vitali umane, dall'autodenigrazione sino alla parola sacra della liturgia religiosa su questo globo terrestre che appartiene a tutti gli uomini. E farò del tutto affinché degli uomini vivano su questa Terra in futuro. Degli uomini che siano padroni del loro spirito e che con l'aiuto di quest'ultimo ricreeranno l'umanità". Dinamitare il potere (di Dio, ma anche di innumerevoli piccoli dei che ricoprono la terra), è affermare la vita in tutte le sue forme, nella sua assoluta libertàcreativa alla quale l'uomo deve tendere, ricreando così l'umanità. L'anarchia del verbo dadaista (bruitista, simultaneista, ecc.) non smette di proclamare questa professione di fede: è ritornando alla primitività della vita, anteriore a tutte le fondazioni sociali, che l'uomo si libererà.

 

La bussola pazza

 

La strategia dadaista conduce ad un'agitazione della bussola politica, sconvolgimento provocatore, da qui un intreccio dei registri della parola (poesia, canto, manifesto, dimostrazione pseudo-filosofiche volgenti all'assurdo, pezzi teatrali o racconto delirante), ma anche degli orientamenti politici, filosofici e religiosi. Occorre che l'ago della bussola giri con una tale intensità che alla fine la bussola esploda, lasciando infine l'umanità ad esplorare la libertà. Si potrebbe parafrasare Friedrich Schlegel dicendo che colui che vuole qualcosa di infinito (la libertà in questo caso) non sa cosa vuole; ma Dada sa che non sa cosa vuole, da qui il gioco infinito delle negazioni che è peculiare del dadaismo, la cui ultima negazione è così formulata: "Dada! Perché siamo antidadaisti!" (p. 66).

 Possiamo dunque interpretare ogni atteggiamento anche postura dadaista come un atto di distruzione parodica, come quelle scelte ideologiche o religiose turbanti, ad esempio quelle di Johannes Baader. Si tratta, per ogni parola, di scombussolare l'uditore, di ostacolarlo nelle sue scelte mostrandogli un'immagine eccessiva delle sue credenze. Baader eccelse in questo esercizio, lui che un giorno di novembre 1918 interruppe un predicatore alla corte Dryander durante una messa alla cattedrale di Berlino interpellandolo in questo modo: "Un momento! Voglio chiederle, cos'è per voi Gesù Cristo? Vi somiglia così tanto!" Baader fu arrestato e accusato come blasfemo, l'avvenimento fece molto scalpore, sui giornali dell'epoca soprattutto. Anche se colui che venne qualificato come "anarchico individualista" si presentava come il "nuovo Cristo", Raoul Hausmann fece del personaggio uno dei più emineneti rappresentanti del dadaismo berlinese, vedendo per un certo periodo nel suo delirio messianico una rappresentazione dello spirito esplosivo proprio di Dada. 

 

Sul piano politico, i Berlinesi furono senza alcun dubbio i più nichilisti degli anarchici, cambiando di indentità e di ideologia secondo i contesti, in funzione del grado di sovversione che quest'ultime potevano rappresentare. Nulla nella "offerta politica" del momento  poteva soddisfarli, come se il carattere gregario di tutti i partiti e di tutti i movimenti li rivoltassero sistematicamente, qualunque essi fossero. L'umanità volgare dell'uomo, quella che lo spinge a raggrupparsi, era da eliminare, in un movimento forzatamente individuale- per questo aspetto i due riferimenti filosofici principali- come in Picabia- erano Stirner e Nietzsche. Così Huelsenbeck si riconobbe nel 1920 nel comunismo più radicale (una scelta ideologica non potendo essere che radicale), al punto di qualificare dada come  bolscevico", prima di considerare il comunismo come settario (quello del partito) come troppo "costruttivo", legato com'era alla fondazione di un paradiso sulla terra a cui non poteva credere, mentre il dadaista sosteneva un programma distruttivo da compiersi nell'indifferenza politica.

 

Fondamentalmente sincretico, intrecciando le correnti del pensiero, le ideologie, le credenze, ciò che potremmo chiamare infine gli istinti spirituali per contraddistinguere il fatto che lo spirito è retto anch'esso dalle forze del corpo, l'anarchismo dadaista approda ad un nichilismo estremo che prende la forma di una "indifferenza creatrice", concetto preso a prestito al filosofo Salomon Friedlaender, per il quale il fatto che la cosa in sé kantiana sia inconoscibile gettava il soggetto in un universo di relatività, cioè di innumerevoli polarità che non potevano essere superate che in un punto di assoluta indifferenza, momento di assoluta libertà.

 

È la stessa cosa oggi, in cui il pensiero libertario evoca le figure più discordanti, da Rimbaud a Nietzsche, da Deleuze a Bakunin, da Spinoza a Leibniz, come se la specificità dell'anarchismo fosse infine, come per Dada, di cercare prima di tutto di produrre l'esplosione spirituale, la sola attraverso la quale la volontà umana non gregaria potrebbe esprimersi. E ci si può interrogare sul fatto che l'anarchismo ritorni precisamente oggi, come se si trattasse attraverso esso di combinare per poi superare tutte le forme di rivolta che, nella loro realizzazione storica, sono fallite, in primo luogo beninteso il comunismo.

 

Sul fatto che ritorni in una epoca "scombussolata", ma il cui scombussolamento sembra non attivo, ma passivo, esprimentesi a fatica (si è giustamente detto che Sisifo era stanco) ed una spossatezza vertiginosa. Punto di indifferenza inverso di quello del dadaismo, che esso era espressione di un'energia estrema, quando la nostra epoca si sprofonda in un nulla di volontà. Il dadaismo ci seduce, l'anarchismo anche, come il sogno ultimo che una rivolta potrebbe ancora animare l'individuo, allorché tutto sembra dormire nell'infinito ritorno dei ritornelli politici. 

 

Laurent Margantin

Questo testo è apparso sulla rivista Lignes, n° 16, "Anarchies", Febbraio 2005.

 

Nota sull'autore.

I suoi primi testi sono stati pubblicati da Kenneth White in Cahiers de géopoétique, successivamente delle poesie e dei testi in prosa sono apparsi in Poésie 98, Fario, Le Nouveau Recueil, così come degli articoli di ricerca sulle riviste specializzate come Romantisme, Littérature o Mélusine. Dopo studi in letteratura comparata, Laurent Margatin si è orientato verso la letteratura tedesca, prima di vivere una decina d'anni a Tubinga in Germania. Ha lavorato soprattutto ad un dottorato su Novalis et les sciences de la terre, e ad un'antologia sul romanticismo tedesco intitolato La forme poétique du monde edito presso le edizioni José Corti. Durante questi anni, è stato in stretto contatto con il filosofo Manfred Frank ed i poeti Auxeméry e Lorand Gaspar. Collabora alla "Quinzaine littéraire" ed ha cominciato a partecipare alla "Revue des Ressources", sin dal 1998 facendo parte del comitato di redazione. È responsabile della rubrica "Ecritures & Critiques" suddivisa in quattro parti: D’ autres espaces, Critiques, Littérature et Internet et Romantisme allemand. Ha recentemente posto on line diversi scritti sul sito delle éditions Léo Scheer.

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]


Post originale datato lunedì 18 dicembre 2006


LINK al post originale:
Dada ou la boussole folle de l'anarchisme

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Published by Elisa - in Saggio
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  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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