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23 dicembre 2009 3 23 /12 /dicembre /2009 19:31



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III


Dall’UOMO NERO

 

 

Una camera oscura non si vedeva alcuna

finestra Dal buco della serratura un raggio di

sole penetrò timidamente ed andò a posarsi nella

vaschetta dell’acqua benedetta, posta in un angolo della stanza.

La porta si aprì sulla scala: un lato di muro

era stato strappato dalla tempesta un giovane albero

cresceva là, incurante del passato e sorridente al-

l’avvenire.

Si udì il suono di un calesse e dei passi

Energici si avvicinarono dal corridoio lastricato.

Tutto la compagnia si alzò rapidamente ognuno

sistemò la propria tuta e cambiò l’espressione del suo

aspetto.


 

L’orso bianco con un balzo fu alla porta della ter-

razza e rapido prima che gli altri, che cer-

cavano la chiave potessero avvicinarsi passò la sua lingua

nel buco della serratura, la porta grande a-

perta lasciò vedere sull’orizzonte di foreste la lotta

corpo a corpo del sole e delle grandi nubi che

sudavano.

Ci si sistemò su due file. Il grande invitato

apparve sulla soglia della porta e, con uno sguardo dolce,

avvolse gli assistenti.

Era il sindaco di Bar-le-Fol.

Il vecchio artista si fece avanti:

– Signore, siamo accorsi ai vostri ordini.

Tutto è a posto. La festa avrà luogo a La Noue-aux-

Fleurs. Ci sarà di tutto: fuochi d’artificio, bestie

che balleranno la Tarantella con la lune e le stelle.

La fata Morgana ci ha promesso la sua assistenza.

– Ma si è verificato un incidente,

replicò Matassin

abbiamo fatto tutto il possibile per portarvi Lu-

ciole e Mirador che dovevano mimare la danza del sole

e dell’ombra. Ma la povera Luciole è morta.


 

Crediamo che questa volta non potrà più

tornare… Soprattutto con la catastrofe della strada

di Monte-au-ciel! Una lampada elettrica è caduta

sui binari ed il tram è sparito sotto terra

senza che si riesca a ritrovarlo.

– Per non rovinare la festa, dopo aver cercato

a lungo, abbiamo trovato due sostituti.

Un giovane dal passo inoffensivo si avvi-

cinò fece la riverenza, incoraggiato dallo sguardo

benevolente del buffone e dal battere me-

laconico delle mascelle dell’orso.

Dietro lui veniva una connetta, timida

da principio Ma abbagliata da un raggio che

partiva dall’anello signorile del sindaco, assunse

l’atteggiamento dell’elegante fata Morgana, che

aveva studiato a lungo. Questo le dava l’aria

di una regina di fiera ed era quanto il

sindaco auspicava.

Sull’albero dove era stata appesa una grande

palla da giardino si verificò un evento. Un

usignolo credendosi nella foresta si mise a cantare.

L’Uomo Nero trasalì.


 

Nello specchio sferico il vecchio artista vide

un bagliore cominciava ad oscurarsi

il cielo chiudeva la sua palpebra.

Una ventata rapida passò tra i rami del-

l’albero.

Il sindaco si voltò dalla parte della porta:

Cosa succede?

qualcuno muore qui vicino –non ne udite

il rantolo?

Nell’astro l’occhio si dilatò

Sull’albero il fruscio cessò. L’ultimo raggio

moriva nella vaschetta d’acqua benedetta.

Delle perle brillavano sulle mattonelle.

Sdraiato sull’erba, la testa circondata da una

massa di coccinelle e di scarabei d’oro, Mirador

inviava le sue ultime invettive all’astro.

La sua voce saliva al cielo, forte, minacciante,

trasformandosi lassù in nuvole.

Dall’Oriente un’ombra ancora invisibile

si avvicinava a poco a poco.

Il sindaco piego il ginocchio per vedere meglio il poeta.


 

Signore,

cantò Mirador

Sono il figlio di Albanelle la notturna, colei che si tuffa

nel lago all’alba ad aspettare la notte

Colei che con i suoi incantesimi dissecca il lavatoio e

dissipa i venti

Un giorno il sole la rapì e restai solo

Una lampada elettrica discese su Luciole e

arse sui binari

Giunsero i pompieri –

“bisogna andare a cercare il medico, dissero –

quello che guarisce le grandi fiamme

Sono tornato alla Casa del Sentiero –

Il pozzo era secco

Tutto intorno le caprette danzavano

Sulla vera del pozzo

un anello

La luna è caduta in acqua

Salivo di ramo in ramo per arrivare a

Luciole                Ma quando il sole apparve – un

raggio mi precipitò in basso.

Un’ombra  che camminava si mostrò distinta-

mente.

 


 

Nella tela del ragno una vita espirava.

Il sindaco si volse verso gli assistenti

Cos’è dunque – un pazzo – un malato – un poeta

forse?

Non tormentatevi, è un malato,

disse Matassin

No, un pazzo,

disse l’Uomo Nero.

Errore, è un poeta,

disse rabbiosamente Gadifer.

L’orso bianco catturò una vespa con la sua zampa,

la leccò e la gettò con destrezza sul volto di

Gadifer.

L’Orco succhiò la puntura.

L’uomo inoffensivo voleva sapere. La donna

Gridò:

Sono la Regina!

Qualcuno tirava Gadifer per la manica egli

oppose resistenza.

Partiamo,

urlava il buffone Matassin.

Signore – Luciole arde viva ed anche

io ardo – Aiutatemi!

Implorò Mirador.


 

Una grande luce si produsse nella camera

La sfera-specchio discese dondolando

All’orizzonte il sole l’eterno innamorato, ap-

pariva con il suo largo sorriso calmo e febbrile.

L’usignolo volò verso di lui su di un raggio. Mira-

dor si sollevò.

Ah! maledetta palla.

– Ssst…    la Fata…    qui...  eccola…

La tela di ragno si lacerò: una mosca morta

cadde ai piedi dell’Orco. L’Uomo Nero si

specchio nelle unghie fini e allungate come dei

chicchi di grano della fata.

Nella grossa sfera l’occhio girava spaventato.

L’usignolo bruciava e rispedito alla terra si mise

a cantare la ballata dell’inverno. La fata Morgana

e il sindaco scacciarono una nuvola che li accecava.

Gadifer si avvicinò alla fata e, a bassa voce:

– Ho dato a Luciole la scatola dall’anima di metallo che

mi hai dato – la desiderava così tanto.

Mi resta il Pierrot bianco – ma se Luciole è

morte, la butto nel pozzo – che geli pure, mentre

lei brucia!


 

La fata alzò le braccia verso il cielo. L’astro furioso

avanzò. La grande palla cadde staccandosi

dai rami sulle braccia incrociate della fata.

Due semisfere, l’uccello ed il raggio presero il

volo.

Sul ramo più alto apparve l’atleta.

Luciole avvolta in un mantello di fuoco ripeteva

il suo ruolo per la festa prossima e cantava:

Ho costruito un castello sull’orlo di un baratro

E la mia vita in sospeso – in un eterno miraggio –

scacciava i fantasmi.

La speranza scende dalle scale e l’aviatore sale

verso il sole.

Datemi il sacro velo –

E la palla risplendente

Che dà la febbre – e fa dormire –

e ridere –

Ho visto i tuoi occhi febbricitanti –

e ti odio

La tua vita è sospesa sull’orlo del baratro.


 

Nel calesse trainato da raggi,

Mirador e Luciole se ne andarono alla Valle dei

Fiori ad esercitarsi a girare sui cavalli di

legno.

Tutto la compagnia seguiva tremante di freddo. In

cielo l’astro si calmava.

In fondo alla strada

un occhio nero

si apriva 

 


 

Céline Arnauld, Giravolta, 1919, "Condanna", 4^ parte.






[Traduzione di Elisa Cardellini]

 


LINK all'opera originale:

Tournevire

 

 

 

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Published by Elisa - in ANTOLOGIA
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  • : In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
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  • Elisa
  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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