In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
III
Dall’UOMO NERO
Una camera oscura – non si vedeva alcuna
finestra – Dal buco della serratura un raggio di
sole penetrò timidamente ed andò a posarsi nella
vaschetta dell’acqua benedetta, posta in un angolo della stanza.
La porta si aprì sulla scala: un lato di muro
era stato strappato dalla tempesta – un giovane albero
cresceva là, incurante del passato e sorridente al-
l’avvenire.
Si udì il suono di un calesse e dei passi
Energici si avvicinarono dal corridoio lastricato.
Tutto la compagnia si alzò rapidamente – ognuno
sistemò la propria tuta e cambiò l’espressione del suo
aspetto.
L’orso bianco con un balzo fu alla porta della ter-
razza e rapido – prima che gli altri, che cer-
cavano la chiave potessero avvicinarsi – passò la sua lingua
nel buco della serratura, la porta grande a-
perta lasciò vedere sull’orizzonte di foreste la lotta
corpo a corpo del sole e delle grandi nubi che
sudavano.
Ci si sistemò su due file. Il grande invitato
apparve sulla soglia della porta e, con uno sguardo dolce,
avvolse gli assistenti.
Era il sindaco di Bar-le-Fol.
Il vecchio artista si fece avanti:
– Signore, siamo accorsi ai vostri ordini.
Tutto è a posto. La festa avrà luogo a La Noue-aux-
Fleurs. Ci sarà di tutto: fuochi d’artificio, bestie
che balleranno la Tarantella con la lune e le stelle.
La fata Morgana ci ha promesso la sua assistenza.
– Ma si è verificato un incidente,
replicò Matassin
abbiamo fatto tutto il possibile per portarvi Lu-
ciole e Mirador che dovevano mimare la danza del sole
e dell’ombra. Ma la povera Luciole è morta.
Crediamo che questa volta non potrà più
tornare… Soprattutto con la catastrofe della strada
di Monte-au-ciel! Una lampada elettrica è caduta
sui binari ed il tram è sparito sotto terra
senza che si riesca a ritrovarlo.
– Per non rovinare la festa, dopo aver cercato
a lungo, abbiamo trovato due sostituti.
Un giovane dal passo inoffensivo si avvi-
cinò – fece la riverenza, incoraggiato dallo sguardo
benevolente del buffone e dal battere me-
laconico delle mascelle dell’orso.
Dietro lui veniva una connetta, timida
da principio – Ma abbagliata da un raggio che
partiva dall’anello signorile del sindaco, assunse
l’atteggiamento dell’elegante fata Morgana, che
aveva studiato a lungo. Questo le dava l’aria
di una regina di fiera – ed era quanto il
sindaco auspicava.
Sull’albero dove era stata appesa una grande
palla da giardino si verificò un evento. Un
usignolo credendosi nella foresta si mise a cantare.
L’Uomo Nero trasalì.
Nello specchio sferico il vecchio artista vide
un bagliore – cominciava ad oscurarsi
– il cielo chiudeva la sua palpebra.
Una ventata rapida passò tra i rami del-
l’albero.
Il sindaco si voltò dalla parte della porta:
– Cosa succede?
qualcuno muore qui vicino –non ne udite
il rantolo?
Nell’astro l’occhio si dilatò
Sull’albero il fruscio cessò. L’ultimo raggio
moriva nella vaschetta d’acqua benedetta.
Delle perle brillavano sulle mattonelle.
Sdraiato sull’erba, la testa circondata da una
massa di coccinelle e di scarabei d’oro, Mirador
inviava le sue ultime invettive all’astro.
La sua voce saliva al cielo, forte, minacciante,
trasformandosi lassù in nuvole.
Dall’Oriente un’ombra ancora invisibile
si avvicinava a poco a poco.
Il sindaco piego il ginocchio per vedere meglio il poeta.
– Signore,
– cantò Mirador –
Sono il figlio di Albanelle la notturna, colei che si tuffa
nel lago all’alba ad aspettare la notte
Colei che con i suoi incantesimi dissecca il lavatoio e
dissipa i venti
Un giorno il sole la rapì e restai solo
Una lampada elettrica discese su Luciole e
arse sui binari
– Giunsero i pompieri –
“bisogna andare a cercare il medico, dissero –
quello che guarisce le grandi fiamme
Sono tornato alla Casa del Sentiero –
Il pozzo era secco
Tutto intorno le caprette danzavano
Sulla vera del pozzo
un anello
La luna è caduta in acqua
Salivo di ramo in ramo per arrivare a
Luciole Ma quando il sole apparve – un
raggio mi precipitò in basso.
Un’ombra che camminava si mostrò distinta-
mente.
Nella tela del ragno una vita espirava.
Il sindaco si volse verso gli assistenti
– Cos’è dunque – un pazzo – un malato – un poeta
forse?
– Non tormentatevi, è un malato,
disse Matassin
– No, un pazzo,
disse l’Uomo Nero.
– Errore, è un poeta,
disse rabbiosamente Gadifer.
L’orso bianco catturò una vespa con la sua zampa,
la leccò e la gettò con destrezza sul volto di
Gadifer.
L’Orco succhiò la puntura.
L’uomo inoffensivo voleva sapere. La donna
Gridò:
– Sono la Regina!
Qualcuno tirava Gadifer per la manica – egli
oppose resistenza.
– Partiamo,
urlava il buffone Matassin.
– Signore – Luciole arde viva ed anche
io ardo – Aiutatemi!
Implorò Mirador.
Una grande luce si produsse nella camera
La sfera-specchio discese dondolando
All’orizzonte – il sole – l’eterno innamorato, ap-
pariva con il suo largo sorriso calmo e febbrile.
L’usignolo volò verso di lui su di un raggio. Mira-
dor si sollevò.
– Ah! maledetta palla.
– Ssst… la Fata… qui... eccola…
La tela di ragno si lacerò: una mosca morta
cadde ai piedi dell’Orco. L’Uomo Nero si
specchio nelle unghie fini e allungate come dei
chicchi di grano della fata.
Nella grossa sfera l’occhio girava spaventato.
L’usignolo bruciava e rispedito alla terra si mise
a cantare la ballata dell’inverno. La fata Morgana
e il sindaco scacciarono una nuvola che li accecava.
Gadifer si avvicinò alla fata e, a bassa voce:
– Ho dato a Luciole la scatola dall’anima di metallo che
mi hai dato – la desiderava così tanto.
Mi resta il Pierrot bianco – ma se Luciole è
morte, la butto nel pozzo – che geli pure, mentre
lei brucia!
La fata alzò le braccia verso il cielo. L’astro furioso
avanzò. La grande palla cadde staccandosi
dai rami sulle braccia incrociate della fata.
Due semisfere, l’uccello ed il raggio presero il
volo.
Sul ramo più alto apparve l’atleta.
Luciole avvolta in un mantello di fuoco ripeteva
il suo ruolo per la festa prossima e cantava:
Ho costruito un castello sull’orlo di un baratro
E la mia vita in sospeso – in un eterno miraggio –
scacciava i fantasmi.
La speranza scende dalle scale e l’aviatore sale
verso il sole.
Datemi il sacro velo –
E la palla risplendente
Che dà la febbre – e fa dormire –
e ridere –
Ho visto i tuoi occhi febbricitanti –
e ti odio
La tua vita è sospesa sull’orlo del baratro.
Nel calesse trainato da raggi,
Mirador e Luciole se ne andarono alla Valle dei
Fiori ad esercitarsi a girare sui cavalli di
legno.
Tutto la compagnia seguiva tremante di freddo. In
cielo l’astro si calmava.
In fondo alla strada
un occhio nero
Céline Arnauld, Giravolta, 1919, "Condanna", 4^ parte.
[Traduzione di Elisa Cardellini]