In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
Promuovendo periodicamente sulle loro riviste un'inchiesta, i surrealisti sono stati i primi a servirsi di un trampolino mediatico per affrontare delle questioni essenziali.
Perché scrivete? Questa domanda, che riceve decine di risposte di ogni genere, permette a Breton e compagni di squalificare il piccolo mondo delle lettere e di lanciare il dada-surrealismo con questo numero soprattutto di Littérature, il numero 10 del dicembre 1919.
Negli anni seguenti le domande sarebbero sempre state di quel tenore, essenziali e concise: Il suicidio è una soluzione? (1924); Quale specie di speranza riponete nell'amore? (1929); Qual è stato l'incontro capitale della vostra vita? (1933), ecc.
Mentre le ricerche e le attività condotte in seno al gruppo rivelano l'identità polimorfa del gruppo surrealista, le inchieste che sono rivolte all'esterno possono essere considerate al contempo una provocazione e un confronto e anche un manifesto pubblicitario.

Copertina della celebre rivista mensile Littérature, massima espressione del dadaismo francese e che nel corso degli anni diventerà il centro di incubazione del movimento surrealista.
I tre direttori della rivista Littérature Louis Aragon, André Breton e Philippe Soupault, principali elementi del primo dadaismo francese, diventeranno i primissimi esponenti del movimento surrealista. È proprio sulle pagine di questa rivista che vedrà la luce la prima opera considerata surrealista e cioè Les Champs Magnétiques opera scritta congiuntamente da Breton e Soupault verso la fine del 1919 sui numeri 8, 9 e 10 della rivista.

NOSTRA INCHIESTA
Cominciamo oggi la pubblicazione delle lettere che ci sono giunte. In ogni numero - non da un numero all'altro- seguiremo nel farle apparire l'ordine inverso delle nostre preferenze allo scopo di mantenere l'interesse della lettura e di evitare ai nostri corrispondenti la sorpresa di un commento.
PERCHÉ SCRIVETE?
LOUIS VAUXCELLES
Perché scrivo, Confratello mio? Ma per il piacere di esprimere liberamente il mio pensiero.
HENRI GHÉON
Scrivevo un tempo per il mio piacere e per la gloria; ponevo il mio piacere molto in alto e la mia gloria molto lontana; non avevo che l'amore per l'arte. La guerra ha cambiato tutti questo. Scrivo oggi per servire. Per servire Dio. La Chiesa di Dio e la Francia; è il miglior mezzo secondo me, di servire l'arte, quando si è come me, cristiano, cattolico e francese. Ma, non dico che la gloria mi è diventata indifferente, e quando un piacere che mi dà la mia arte, esso non fu mai, con una grande differenza, così vivo, al tempo in cui mi sfuggiva l'imperioso dovere di essere utile.
MADAME JEAN BERTHEROY
Scrivo per cercare di esprimere tutto ciò che può esserci di divino nella condizione umana.

PAUL FÉVAL FIGLIO
Nato in mezzo ai manoscritti di mio padre, in una casa in cui i successi del romanziere e dell'autore drammatico apportavano il benessere, con il va e vieni continuo dei giornalisti, degli artisti, degli editoiri e dei direttori, mi sarebbe stato ben difficile sognare un altro genere di carriera.
Scrivere per me è un piacere.
Accanto all'esistenza comune l'uomo di lettere si esteriorizza attraverso l'immaginazione, delle due vite la seconda è preferibile alla prima.
Il sogno supera la realtà.
JEAN ROYÈRE
Mi chiedete perché scrivo? Vi rispondo:
un po' per iniziare
molto per esaltare
passionalmente per inebriare
nient'affatto per distruggere
JEAN GIRAUDOUX
Scrivo il francese non essendo né svizzero, né ebreo e perché posseggo tutti i miei diplomi: Grand Prix d'Honneur del Liceo Lakanal (1904, eccellente annata), Primo premio del Concours Général (1906, annata non meno valida). Licenza in lettere, con menzione molto bene. Primo All'École Normale Supérieure. Nato a Bellac (Haute-Vienne).
JOSEPH REINACH
Perché credo, - e quando credo, - a torto o a ragione, di avere qualcosa di utile da dire.
FERNAND DIVOIRE
Chiedetelo a Monsignor l'ipercosciente.
GEORGE PIOCH
Per vivere, - in tutti i diversi sensi dati dal verbo "vivere".

MADAME RACHILDE
Perché amo il silenzio.
FERNAND VANDÉREM
Per vivere - spiritualmente e materialmente.
MAX JACOB
Per scrivere meglio!
GEORGES LECOMTE
Presidente della Société des Gens de Lettres
Perché scrivo? Per cercare di vedere più chiaramente in me e per guardare con maggiore attenzione gli spettacoli di bellezza. Per bisogno di formulare da me stesso le emozioni e di combattere per le mie idee, per amore delle parole vive chiare e colorite della lingua francese, per gusto dell'azione libera. Perché non vi è nessun modo di espressione che dia così bene il senso della piena libertà. Davanti al foglio bianco. lo scrittore ha la gioia e la fierezza di sentire che non dipende che da se stesso. Ed è una delle gioie più nobili.
MADAME MARCELLE TYNAIRE
Scrivo perché mi fa piacere e perché è la mia vocazione, come per un melo portare le sue mele.
PAUL MORAND
Scrivo per essere ricco e stimato.
ANDRÉ DODERET
Scrivo per non dover pensare.

J.-H- ROSNY AINÉ
dell'Accademia Goncourt
Per vocazione, credo... Scrivevo già all'età di undici anni, e da allora non ho smesso... È una malattia ultra cronica.
PAUL ÉLUARD
Scrivo e credo di rispondere interessando.
Il suo giovane e breve scritto indica la sua giovinezza evidentemente credula. Smettetela immediatamente, senza gioia scrivete come fosse nulla.
Qui, senza guance, spaventoso, cranio tondo, ributtante, S... gioisce, intasca, sputa, arrossisce. Ispirato, S... si mette a scrivere, corona, sognare. Si mette in gioco. E, calmo, rinasce immobile, saggio, per imparare una lezione.
JEAN AJALBERT
dell'Accademia Goncourt
Perché scrivo? Me lo chiedo anch'io!
ANDRÉ GIDE
Potrete classificare gli scrittori a secondo che la loro risposta alla vostra inchiesta inizierà con "per poter" o "perché".
Vi saranno coloro per cui la letteratura è soprattutto uno scopo, e coloro per cui è soprattutto un mezzo.
In quanto a me, scrivo perché ho una buona penna, e per essere letto da voi... Ma io non rispondo mai alle inchieste.
BLAISE CENDRARS
Perché.
LOUIS DE GONZAGUE-FRICK
In verità scrivo per dare novità poetiche ai miei amici di cui vi farò avere un elenco completo e commentato con massimo diletto.

EUGÉNE MONFORT
Perché scrivo? Perché ce l'ho nella pelle.
WILLY
Perché scrivo?
Per convincere alcuni confratelli - dei due sessi - che malgrado il loro vivo desiderio di vedermi sepolto, duro ancora.
PIERRE MILLE
Perché non sono riuscito in nessun altra professione, anche inconfessabile.
Ho l'aria di fregarmene di voi, ma se ci riflettete sopra per un istante, è questa la sola definizione scientifica che si possa dare della "vocazione".
PIERRE REVERDY
Mi scrivete per pormi domande.
Io vi scrivo per rispondervi.
Si scrive anche per far parlare di sé, occupandosi di più per far scrivere sulle proprie opere che di sapere se esse siano degne che se ne parli; ma questa è già una tendenza! per ora non leggo che i manifesti elettorali. Ebbene, si scrive anche affinché altri guadagnino dei soldi!!! Si capisce!
JULES MARY
Presidente onorario della Société des Gens de Lettres
Mi chiedete: "Perché scrivete?" È un problema di cui mi incarico di non darvi la soluzione. Sarebbe stato preferibile, credo, chiedermi: "Perché invece di fare l'impiegato, il professore, l'aratore o il soldato, perché vi siete messo a scrivere?". Perché ho iniziato a scrivere in un'età in cui non ero affatto in grado di sondare il mio cuore e di vedervi con chiarezza. A dieci anni, avevo letto e riletto dieci volte l'Iliade una cui traduzione mi era capitata tra le mani. A dodici anni, avevo letto - bizzarro accostamento - Balzac e I Grandi Naufragi, Ponson

du Terrail e la Vita dei Martiri, Georges Sand e La storia dei Corsari, Paul de Kock, Frassynous e Lamennais.
Perché, a tredici anni, ho scritto i miei primi romanzi che ci si passava di banco in banco, allo studio dei grandi, che aspettavano ansiosamente, il seguito al prossimo numero.
Di già!!
Perché, le sere d'estate, allo scopo di poter leggere svegliandomi prima, mi legavo un polso alle sbarre del letto?
E non vi sembra naturale, sin da allora, che nei giorni in cui ero stanco di leggere, ho pensato come forma di riposo di dare da laggere agli altri?
Ora, perché avendo cominciato, ho poi continuato? Perché terminata una delle mie belle storie, sono spinto verso altri personaggi? Perché le combinazioni di situazioni rappresentano per me non soltanto la grande gioia del mio lavoro, ma un bisogno del mio cervello? Perché? Perché?
Perché appartengo alla generazione, che più dolorosamente delle altre, ha portato il fardello del 1870? Perché me ne sono ricordato, cercando di reagire ponendo nei miei racconti, le mie ardenti convinzioni, la mia speranza e i miei appelli all'energia popolare?
Infine, perché, nel momento in cui vi scrivo, un ragno, piccolissimo, minuta, quasi trasparente, tesse la sua tela, tra le piante verdi della mia veranda?
PAUL VALÉRY
Per debolezza.
[Traduzione di Elisa Cardellini]