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30 aprile 2013 2 30 /04 /aprile /2013 07:00

La mia seconda patria: Parigi nel 1921-23

 

josephson.jpgPrima edizione del 1962 di Life among the Surrealists di Matthew Josephson


 

di Matthew Josephson

 

 

[...]


tzara--.jpgUna sera, sul finire dell'autunno, al caffè Rotonde, Gorham Munson mi presentò a Man Ray che faceva parte del gruppo dei dadaisti, e al suo compagno di tavola, Tristan Tzara, uno dei fondatori di quel movimento. Tzara era un uomo piccolo, pallido, con i capelli scuri e gli occhi grigi, e portava il monocolo; il suo viso intelligente e animato ricordava quello di Leone Trozkij, o di James Joyce senza barba.

 

Ray portraitAvevo letto che Tzara e il dadaismo (comparsi per la prima volta insieme a Zurigo nel 1916) erano venuti quattro anni dopo a conquistare Parigi, e che da allora in poi Tzara aveva portato avanti una propaganda intesa a dare scandalo, a rovesciare cioè tutte le convenzionali nozioni delle cose. Perciò incalzai Tzara di domande, troppo avidamente e ingenuamente, senza dubbio. Il Dada era come il cubismo e il futurismo? No, rispondeva Tzara, col suo sorriso sardonico; era contrario a quelle scuole, era nemico di tutti gli "ismi"; in effetti, "dada non è nulla ed è tutto". Continuò con questo tono disorientante; e avendo io accennato nel corso della discussione ad alcuni nomi, alcuni scrittori di cui mi interessavo, come Gide e Romains, egli mi dette una dimostrazione della bella abbondanza di vituperio tipica del vocabolario dada: "Come puoi leggere quella porcheria? Romains è un cretino!". Anche Gide non era altro che de la littérature (parola maledetta) e dada era contro la letteratura come contro come contro ogni forma culturale. Il romanzo era morto; Tzara stesso leggeva soltanto un po' di poesia, "per debolezza", perché riconoscevado non essere coerente nelle sue idee. Se ero venuto a Parigi "per imparare", mi consigliava, "leggi il Littré, il grande dizionario Littré. È un'ammirevole opera d'arte, una delle più grandi. Io lo tengo al mio capezzale: comincio dalla zeta e vado indietro".

 

Matthew-Josephson.jpgLa tecnica della poesia dada si basava sul principio della libera associazione, oppure sulla dissociazione del pensiero? La questione era semplicissima, mi rispose, e me lo dimostrò subito: preso un giornale, ne strappò un articolo e lo fece a pezzetti che buttò nel cappello. "Io ritaglio parole separate, di solito con un paio di forbici, le mescolo nel cappello, poi le cavo fuori come vengono, due e tre... ecco la mia lirica".

 

Credetti che mi prendesse in giro e per un momento ne fui seccato; poi risi, e tradussi a Munson la conversazione che si era svolta in un francese velocissimo. Il padrone del vapore del dadaismo internazionale, spiegai, aveva negato e contraddetto tutto quello che dicevo io, e mi aveva risposto con enigmi e indovinelli.

 

Ero indeciso, tuttavia, a saperne di più sulla verità del dadaismo. Il piccolo Tzara dal monocolo era un gran burlone e capace spesso di oltraggiose boutades, improvvisate lì per lì... o preparate con cura, come spesso fanno gli uomini di spirito. Il nostro secondo incontro ebbe luogo durante un originalissimo ballo in maschera a cui prendemmo parte durante il carnevale. Un pomeriggio avevo udito parlare al caffè Dôme della celebre festa annuale che aveva luogo proprio quella sera al Luna Park e che, a giudicare da quel che si diceva, prometteva d'essere una specie di baccanale di tutti gli studenti d'arte e di tutti i bohémiens e i tipi eccentrici di Montmartre e di Montparnasse. Insomma le persone più cospicue, le teste più pazze di tutta Parigi sarebbero state presenti nei più fantasmatici costumi. Naturalmente mia moglie ed io eravamo ansiosissimi di assistere a quell'orgia in massa, ma il cuore ci cadde quando apprendemmo che l'ingresso ci sarebbe costato 25 franchi (due dollari) a testa: in quel momento eravamo completamente al verde.

 

Sedeva alla nostra tavola Cuthbert Wright, un poeta che aveva collaborato all'antologia Eight Harvard Poets e che noi conoscevamo pochissimo: aveva di solito un'espressione triste e annoiata, e beveva assai. Vedendoci così avviliti, ci si avvicinò di punto in bianco e generosamente si offrì di prestarci il denaro per i biglietti.

 

Il ballo, in realtà, superò le nostre più sfrenate previsioni. Vi parteciparono da tre a quattromila ospiti mascherati, gli uomini vestiti da donna, e le donne da uomo, sì che nessuno capiva mai con chi ballava. Non erano di certo tutti degli invertiti: ma alcuni della "rappresentanza omosessuale" esibivano una così estrema coquetterie da far sembrare quasi goffe e trasandate le donne nei loro audaci travestimenti.

 

A un tratto vedemmo passare Tristan Tzara, col viso dipinto e incipriato, travestito da matrona romana. Era inconcepibile, uno spaventevole rudere di donna.

 

Ci si avvicinò e disse: "Ah, so che cosa pensate di me! Ma" aggiunse con la sua risata rapida e nervosa "vi sbagliate di grosso. Nessuno conosce il segreto del sesso di Tristan Tzara! C'è chi dice che sono un invertito, e c'è chi dice che sono impotente. Ma la verità è che sono vergine!".

 

In realtà, a quel tempo la sua petite amie era una graziosissima ragazza americana di Filadelfia, ed egli aveva molto da fare a guardarsi da alcuni amici che cercavano di portargliela via.

 

 

 

LINK alla rivista Aesthete, a cui collaborò Matthew Josephson:

Aesthete

 

 

LINK all'opera originale on line di Matthew Josephson Galimathias:

Galimathias

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Published by Elisa - in Testimonianze
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  • : DADA 100
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  • : In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
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  • Elisa
  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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