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1 luglio 2012 7 01 /07 /luglio /2012 08:00

Le Avventure di Telemaco

 

 

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Ritratto di Aragon di Robert Delaunay

 

 

 

 

 

A Paul Éluard

 

 

 

 

LIBRO I


 

Nonostante la grande ricchezza delle nostre lingue, il pensatore si vede spesso in difficoltà riguardo ad un'espressione che si adatti esattamente al suo concetto, mancando della quale egli non può farsi intendere rettamente dagli altri, e neppure da se stesso. Coniare nuove parole, è una pretesa di legiferare in materia di linguaggio, la quale di rado ha successo; e prima di ricorrere a questo mezzo disperato, è consigliabile in una lingua morta e dotta, per vedere se non vi si trovi questo concetto assieme alla sua espressione adeguata, e quand'anche l'uso antico di tale espressione sia risultato un po' incerto, per inavvedutezza dei suoi autori, è tuttavia meglio rafforzare il significato che precipuamente le era proprio (dobbiamo lasciare in dubbio la questione se la si intendesse allora esattamente nello stesso senso) piuttosto che mandare a vuoto il nostro compito, per il fatto di renderci incomprensibili.

 

(Kant, Critica della Ragion pura, 2a parte, 2° paragrafo, Libro I, Prima sezione)

 

 

 

 

 

 

 

 

ONOREVOLE  AMMENDA

 

 

 

 

Il problema della scrittura, quello dell'originalità possono per un istante tormentare un giovane: sono impotenti a trattenerlo. Il 1920 per qualche spirito azzardato sarà stato l'anno dei processi formali. Eccolo arrivato. Il senso proprio delle parole non potrebbe per nessuno costituire ciò che si è convenuto chiamare un ideale. Spesso esso mi sfugge la maggior parte delle volte, e si riconoscerà che per tutta la durata di un libro ho radunato sotto le forme di una parola amore mille elementi che non sono affatto essenziali all'amore stesso. Confesso qui questo tormento, che, per colpa delle parole, cerco ancora oggi di spiegarmi per mezzo dei miei ricordi di piacere i veri movimenti del mio cuore. Da qui quegli errori, quegli equivoci, quelle confusioni.

 

La puerilità di quest'opera, se esplode agli occhi di tutti, è perché queste avventure non superano il ciclo dell'infanzia; esse pongono l'equazione a due incognite, l'uomo e la donna, che non si risolverà che molto in là. Che non ci si inganni: la critica della vita, non la intramprendiamo che per l'assenza dell'amore. Non appena inizia, i dati cambiano: ci facciamo acquiescentemente universali. L'indifferenza alle idee, ecco cosa non sospettavamo. Soddisfazione nel provarsi tramite l'uragano sentimentale. Mi spezzo di una tenerezza infinita, accettata ed infine rivoltante. La notte in pieno mezzogiorno. Se voi sapete cos'è l'amore, non prendete in considerazione quanto segue.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 Calipso come una conchiglia in riva al mare ripeteva sconsolatamente il nome di Ulisse alla schiuma che portano via le navi. Nel suo dolore dimenticava la sua immortalità. I gabbiani che la servivano volavano via al suo approssimarsi per paura di essere consunte dal fuoco dei suoi lamenti. Le risa dei prati, il grido della ghiaia fine, tutte le carezze del paesaggio rendevano più crudeli alla dea l'assenza di colui che glieli aveva insegnati. A quale scopo portare i suoi sguardi all'infinito, se non si devono incontrare che le amare pianure della disperazione? Invano le rive dell'isola fiorivano al passaggio della loro sovrana, che non prestava attenzione che allo stupido corso delle maree.

 

Un vascello giunse opportunamente a spezzarsi ai piedi di Calipso. Ne uscirono due attrazioni. La prima non aveva ancora vent'anni e somigliava così perfettamente a Ulisse che gli stessi rami degli alberi, nel modo in cui egli li piegò, riconobbero Telemaco, suo figlio, che non aveva ancora piegato nessuna donna tra le sue braccia. La seconda entità non era comprensibile né per la sabbia dei viali, né per la dea desolata, né per l'eterna primavera che regnava in queste favolose contrade: non si poteva riconoscere Minerva sotto i tratti del vegliardo Mentore, per quanto si fosse ninfa o più alta divinità.

 

Tuttavia Calipso ritrovava con gioia il suo amante fuggiasco in questo giovane naufrago che si avvicinava a lei. Riconoscere già questo corpo che vedeva per la prima volta la turbò più di quanto non facessero quelle macchie brillanti, le alghe attaccate dall'acqua viva alle membra tornite di Telemaco. Si sentì donna e finse la rabbia.

 

"Straniero," gridò, "cambiate strada se tenete alla vita. Gli uomini  sono banditi dal nostro territorio".

 

Il rossore della sua fronte mentiva le sue parole. Il giovane viaggiatore si chinò  con la grazia di un ricordo:

 

"Signora", egli disse, "voi che esito a prendere per una divinità per quanto mi sembrate bella, sapreste guardare senza pietà un giovane che si cerca per il mondo, perché rincorre la propria immagine, un padre senza sosta portato lungi da me da questa stessa furia delle tempeste e delle idee che mi pone interramente nudo ai vostri piedi?

 

- Chi è questo padre?

 

- Lo chiamano Ulisse, e a cosa gli serve che questo nome sia celebre in tutta la Grecia e in tutta l'Asia? La sua patria gli è proibita, le onde non gli risparmieranno un errore. La saggezza di questo eroe, lungi dall'evitargli gli scogli, lo trascina sempre in nuovi pericoli. Ho lasciato senza speranza mia madre Penelope; percorro l'Universo per reclamarle Ulisse, naufragato forse nei suoi mari, e, a volte, trovo negli spiriti la traccia di colui che mi sfugge e dal quale, dea, se lo strano gioco delle passioni lo ha mai gettato sulla vostra isola, non nasconderete la sua sorte a suo figlio Telemaco".

 

Calipso, più attenta ai movimenti del suo cuore che a quelli di quei discorsi, non osava spezzare con la parola o il movimento il fascino che trattenava il suo sguardo su quella forma troppo umana. La vertigine che confondeva i suoi occhi la costrinse per il timore di se stessa a rompere di colpo il silenzio.

 

"Telemaco, vostro padre.... Ma vi racconterò la sua storia nella mia dimora dove troverete un riposo più dolce e più fresco del vento leggero dei ventagli agitati dalle serve e, se sapete godere delle mie cure materne, quella felicità, appannaggio di un minuto, che posso prolungare senza fine nel labirinto chiuso delle mie braccia immortali".

 

La grotta della dea si apriva

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

LINK all'opera originale da Internet Archive:

Les Aventures de Télémaque

 

LINK alla medesima opera da Dada Archive:

Les Aventures de Télémaque

 

 

 

LINK ad un saggio in italiano sull'opera:
Louis Aragon: Les Aventures de Télémaque (1922)

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Published by Elisa - in ANTOLOGIA
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  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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