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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 07:00

Dal nero attingiamo la luce

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Dada e il primitivismo

 

 

 


 

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"Per [Dada], l’arte era una delle forme, comuni a tutti gli uomini, di quella attività poetica la cui radice profonda si confonde con la struttura primitiva della vita affettiva. Dada ha tentato di mettere in pratica questa teoria collegando l'arte negra, africana e dell'Oceania alla vita mentale e alla sua espressione immediata al livello dell'uomo contemporaneo, organizzando delle serate negre di danza e di musica improvvisate. Si trattava per esso di ritrovare, nelle profondità della coscienza, le fonti esaltanti della funzione poetica".

 

Primitivisme et surréalisme: une « synthèse » impossible? Philippe Sabot UMR "Savoirs et textes", C.N.R.S.-Université de Lille 3.

 

 

 

"Che esista nel XX secolo, a proposito del mondo nero, un discorso mitologico originale e diverso dalla mitologia razzista tradizionale non ha nulla di sorprendente. Non è un caso se è proprio nei dintorni del 1914 che inizia a svilupparsi, presso alcuni scrittori, un pensiero che rifiuta gli stereotipi spregiativi usuali e che valorizza sistematicamente le culture nere. Questo "primitivismo nero" ha, in effetti, potuto vedere la sua nascita favorita dalla convergenza di due ordini di fattori storici. Per schematizzare, vi è stato da una parte, presso gli artisti e gli scrittori, un bisogno di rinnovamento delle fonti, delle tecniche e delle finalità; da un'altra parte, vi è stato, nello stesso momento in Europa, apporto di un materiale culturale nero di natura da soddisfare il bisogno di rinnovamento. Un'analisi un po' più dettagliata di questo fenomeno di convergenza accidentale tra una "domanda" e una "offerta" permetterà di far risaltare già l'originalità del "primitivismo nero" nel XX secolo".

 

 Jean Claude Blachère. Le modèle negre, Nouvelles Éditions Africaines.

 

 


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Il primitivismo è oggi considerato come un insieme di idee relativamente recente, apparso in Europa occidentale nel XVIII secolo, durante il secolo dei Lumi, che coincise con l'inizio di un periodo di espansione coloniale europea. Di fatto, il colonialismo è al centro delle teoria sul primitivismo. L'impresa coloniale del secoli XVIII e XIX fornisce una profusione di esempi di culture nuove per l'Occidente, nel quadro di un sistema di relazioni di potere ineguali che stabiliscono che il primitivo o, come lo si chiamava più spesso "il selvaggio", era immancabilmente il partner dominato. Geograficamente, le credenze europee situavano il selvaggio in Africa centrale e australe, nelle Americhe e in Oceania.

 

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Per quanto riguarda l'arte, il termine non designa un gruppo di artisti organizzati in quanto tale, e nemmeno uno stile identificabile emerso in un dato momento storico; raduna piuttosto diverse reazioni di artisti di questo periodo alle idee sul primitivo. Tradizionalmente, il primitivismo nell'arte moderna (le arti plastiche soprattutto) si iscrive in un contesto in cui gli artisti utilizzavano degli oggetti detti primitivi come modelli di elaborazione per il loro lavoro. Dato ciò, il primitivismo ingloba ben altro che semplici prestiti formali all'arte non europea. Il suo senso consiste nell'interesse degli artisti per "lo spirito primitivo", ed è in generale caratterizzato da tentativi d'accesso a modi di pensiero e di visione considerati come i più fondamentali.

 

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All'inizio del secolo si verifica una specie di "crisi dello spirito" secondo l'espressione di Valéry che accompagna la prospercoità economica. Come fa notare Jean Laude in La Peinture française et l'art nègre [La pittura francese e l'arte nera]: "La seconda rivoluzione industriale vede aprirsi davanti a essa delle prospettive che, al contempo, esaltano, affascinano, spaventano (...). L'urbanizzazione e l'industrializzazione con le sue conseguenze: intellettualismo, cosmopolitismo e allontanamento dal ritmo universale della vita (...), un'economia fondata sul consumo, che aliena l'uomo con l'oggetto che produce (secondo i marxisti), l'affondamento delle cosmogonie antiche dovute ai progressi delle scienze che abituano lo spirito alla relatività e al principio d'incertezza, che spezzano gli stretti legami deterministi, queste sono le cause che possono essere di volta in volta invocate, insieme o isolatamente, per spiegare questo profondo mutamento che si produce nello spirito (...)".

 

 

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La sindrome di questa crisi dello spirito, ricerca ansiosa delle origini della vita e dello spirito, si cristallizzerà nel fascino esercitato dai "misteri della natura" da qui una nostalgia dell'origine, della matrice originaria universale, da qui una ricerca del paradiso primordiale che la civiltà materialista ci avrebbe fatto perdere, paradiso originale a cui alcune società umane sarebbero ancora molto vicine. In questo senso il primitivismo moderno ritrova quello nato durante il secolo dei Lumi, tra cui il mito del "buon selvaggio". L'uno e l'altro sono le manifestazioni di un'inquietudine dell'individuo sommerso da una "civiltà" che ha perso la sua anima, comportante una nostalgia del "prima" o dell'"altrove"; l'uno e l'altro sono nati nelle epoche gravide di temporali a venire; l'uno e l'altro infine sono apparsi in epoche di espansione coloniale, in cui l'Europa "scopre", assorbe, sottomette, battezza e amministra l'"Altro".

 

Il termine primitivismo permette giustamente di dare senso a questa ricerca: dapprima riservata all'imitazione dei primi grandi pittori anteriori al Rinascimento (i Primitivi), va ora a designare con una semplice estensione di senso un fenomeno artistico e letterario: l'interesse portato verso i "primitivi" (nel senso etnologico di poco evoluto), ai loro valori morali o alla loro produzione artistica. Jean Claude Blachère nella sua opera Le modèle nègre [Il modello nero], ha così studiato in Apollinaire, Cendrars e Tzara, la corrente di simpatia provata da questi scrittori verso culture disprezzate; da qui la costituzione di un nuovo immaginario collettivo, di nuovi valori estetici, un nuovo modello di ispirazione che porta a una rivoluzione poetica da Guillaume Apollinaire ai surrealisti. Jean Claude Blachère ne sottolinea il merito così come le illusioni o ambiguità. 

 

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"Chiameremo primitivismo la credenza di forme prime di una cultura data e la credenza congiunta che queste forme arcaiche possono costituire un modello, o per lo meno possono nascondere delle soluzioni ai problemi che si pongono alle società moderne. Il primitivismo è un atto di fede nel passato dell'umanità, un atto di sfiducia nei confronti del progresso. Questa credenza si applica indifferentemente ai diversi valori di una civiltà; essa può tuttavia, secondo le circostanze, privilegiare il campo religioso, quello dell'arte, quello della lingua o della letteratura. Come ogni credenza, la fede primitivista è irrazionale; ciò è ben rilevabile nel fatto che il primitivismo privilegia sistematicamente ogni manifestazione culturale che esso immagina "primitiva", e cioè compatibile con l'idea che si fa del primitivo. Così, il primitivismo linguistico immagina che le lingue primitive sono concrete, non hanno grammatica, non autorizzano la concettualizzazione; gli scrittoti che si impadroniscono di questo mito valorizzano ciò che Cendrars chiamava "la lingua dei selvaggi". È evidente che il primitivismo così definito è un'atteggiamento di spirito non scientifico; più precisamente, il primitivismo si appoggia su alcune nozioni di antropologia mal assimilate o su delle idee da molto tempo abbandonate, come le teorie evoluzioniste. La credenza primitivista appartiene al mito, essa trova del tutto naturalmente il suo terreno d'elezione nel campo della letteratura".

 

 

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 Allo stesso modo di primitivo o primitivismo, il termine nero comporta una grande ambiguità d'uso. Questa parola non si riferisce, nel caso considerato, a una "razza", a dei caratteri etnici precisi. Quando Tzara raccoglie ciò che egli chiama delle "poesie nere", mischia dei testi melanesiani, malgasci e negro-africani. Questa parola non si riferisce nemmeno a dei tratti culturali costanti; l'Antologia nera di Cendrars raccoglie, alla rinfusa, delle favole, delle poesie, dei proverbi, degli indovinelli; quando Cendrars parla dei negri, fa indifferentemente riferimento ai Negro-Africani, ai Negro-Americani del Brasile, della Louisiana, delle Antille. L'impiego di "negro" in "arte negra" testimonia di una confusione ancora più grande. Si chiamano così i bronzi del Benin, i feticci a funzione sacra e gli oggetti a destinazione profana. In realtà, questa confusione (che si prolungherà per molto tempo dopo la prima guerra mondiale) si spiega nella misura in cui il Bianco non percepisce il Nero che in opposizione a sé, e non con le sue proprie caratteristiche. L'espressione "arte coloniale" che si è a volte utilizzata come sinonimo di "arte nera" è illuminante: essa si riferisce esplicitamente a una situazione politica, che si giustifica essa stessa con l'inferiorità, il preteso primitivismo dei popoli sottomessi.

 

 

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"Ogni epoca artistica ha cercato nel passato il suo doppio, e, benché risultante di una sintesi continua di tutte le acquisizioni nel corso dei secoli, si può affermare che il ciclo delle tendenze artistiche riassume lo svolgimento stesso dell'evoluzione umana, sia sotto l'aspetto storico che sotto quello della personalità. Ogni epoca fa nascere una nuova sensibilità: è facile capire che Renoir, ad esempio, passando davanti alla bottega di papa Heymann, abbia potuto rimanere indifferente davanti a una scultura negra, senza che per questo la qualità della sua sensibilità possa essere posta in dubbio. Sono le preoccupazioni particolari di Matisse o di Picasso, risveglianti in essi una sensibilità plastica corrispondente, che ha fatto loro intravedere le possibilità virtuali di sviluppo dell'estetica nera, possibilità che le altre arti classiche o consacrate erano incapaci di offrire. Ogni nuova generazione ha potuto constatare l'esaurimento delle virtù fecondanti di un'epoca d'arte del passato e, correlativamente, l'evidenziazione di un periodo trascurato".

 

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È da notare che, per i Cubisti, la denominazione di arte nera comprendeva le statue sia degli africani che degli oceaniani. Non è che molto tempo dopo che una distinzione più netta poté essere stabilità. Le collezioni di Frank Haviland, di Marius de Zayas, di Paul Guillaume, di Level, di Rupalley, ecc., contenevano indistintamente pezzi africani e oceaniani, le loro rispettive attribuzioni erano, inoltre, delle più imprecise. Si può dire, in generale, che la scultura africana fu meglio conosciuta, e che l'arte oceaniana era soprattutto rappresentata da oggetti della Nuova Caledonia e delle isole Marchesi di proprietà dei coloni. È l'Africa che ha influenzato soprattutto l'arte moderna nel momento in cui le ricerche d'ordine plastico dovevano segnare una reazione contro il Romanticismo del colore attraverso il quale i Fauves ai loro tempi si erano opposti ai Simbolisti manierati e agli Impressionisti attardati. Il Cubismo è allora apparso come una specie di classicismo, ed è nel rigore della statuaria africana, nello spogliamento dei volumi ridotti alla loro espressione essenziale, che i sostenitori della nuova tendenza si sforzarono di ritrovare i fondamenti della grande pittura tradizionale.


 

TRISTAN TZARA. SCOPERTA DELLE ARTI DETTE PRIMITIVE.

 

Jean Claude Blachère studiando il primitivismo letterario ha raggruppato gli scrittori in due generazioni diverse. Quella del 1914, formata da pionieri, che si interessano innanzitutto all'arte, al folclore, alla poesia nera (Apollinaire, Cendrars e Tzara). La generazione successiva, da cui emergono i nomi di Breton, Éluard, Soupault, Desnos, Artaud, Crevel, Leiris — e ancora Tzara — parteciperà alle prime manifestazioni del primitivismo nero, in particolare in seno al gruppo dada poi al surrealismo. Dopo il 1924, l'orientamento surrealista dato ad ogni riflessione sull'arte, la letteratura, la condizione umana, modificherà il contenuto del primitivismo nero. I primi tre citati furono soprattutto dei poeti che hanno incarnato, in gradi differenti, i tentativi di rinnovamento della poesia francese intorno al 1914. Essi furono dunque i testimoni privilegiati di un periodo di intensa messa in discussione dei valori occidentali; ne furono i principali attori. Tzara soprattutto spinge agli estremi le conseguenze della scelta dei valori neri come modello. Il primitivismo nero è, da lui, utilizzato come una "arma miracolosa" nella sua lotta contro la ragione e la morale occidentali.

 

 

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Tristan Tzara, pseudonimo di Samuel Rosenstock, (nato il 16 aprile 1896 a Moineşti, Romania, morto il 25 dicembre 1963 a Parigi) fu uno scrittore, poeta e saggista di lingua francese e rumena. Nel 1915, adottò lo pseudonimo di Tristan Tzara: "Tristan", in riferimento all'eroe dell'opera di Richard Wagner "Tristano e Isotta" e "Tzara", perché significava "terra" o "paese" in rumeno. Studente di filosofia e matematica a Bucarest abbandonò il suo paese per Zurigo. Con altri rifugiati di diversa nazionalità (il suo amico rumeno Marcel Janco, Hans Arp, Richard Huelsenbeck), partecipò alle serate di un cabaret, il cabaret Voltaire, aperto da un refrattario tedesco, Hugo Ball, uomo di teatro e scrittore. Dapprima segnati dalla "modernità" sotto tutti i suoi aspetti (Blaise Cendrars e Marinetti, Modigliani e Picasso, ecc.), gli spettacoli di cabaret, poi la Rivista dada che nacque poco dopo giungeranno, trascinati da Tzara, a rompere definitivamente con l'avanguardia letteraria e artistica.

 

La leggenda vuole che Dada sia nato l'8 febbraio 1916 al café Terrasse a Zurigo, il suo nome sarebbe stato trovato con l'aiuto di un tagliacarte infilato a caso tra le pagine di un dizionario. Diversi autori ne hanno rivendicato la paternità, producendo delle prove che devono tutte essere considerate false. Si stima che la prima esibizione dadaista ebbe luogo in febbraio, quando Tzara, dell'età di diciannove anni, è entrato al Cabaret Voltaire con un monocolo e cantando delle melodie sentimentali davanti agli spettatori scandalizzati, lasciando la scena per lasciare lo spazio agli attori mascherati su dei trampoli, e tornando successivamente con un costume da clown.

 

 

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"...Dada non significa narculla [...]. Sono contro i sistemi, il più accettabile dei sistemi è quello di non averne nessuno [...]. Tutti gli uomini gridano: c'è un grande lavoro distruttivo, negativo, da compiere. Spazzare, lavare, [...]. Abolizione della memoria: DADA; abolizione dell'archeologia: DADA; abolizione dei profeti: DADA; abolizione del futuro: DADA [...]. Libertà: DADA, DADA, DADA, urla dei colori contratti, intreccio dei contrari e di tutte le contraddizioni, dei grotteschi, delle incoerenze: LA VITA".


I dadaisti provenivano dalla Romania (Tristan Tzara, Marcel Janco), dalla Germania (Hugo Ball, poi Richard Huelsenbeck), dall'Alsazia annessa (Hans Arp), e animarono delle serate poetiche con musica, danze, esposizioni di quadri, così come una rivista dallo stesso nome della sala in cui si esibivano, il Cabaret Voltaire. "Cabaret Voltaire. Sotto questo nome si è stabilita una giovane compagnia di artisti e scrittori che ha come obiettivo di creare un centro di divertimenti artistici. Il principio del cabaret prevede delle riunioni quotidiane con dei programmi musicali e poetici, eseguiti dagli artisti presenti tra il pubblico. Tutti i giovani artisti di Zurigo, di tutte le tendenze sono invitati con la presente a venire ad apportare il loro concorso e suggerimento". (Comunicato stampa).

 

 

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"Marcel Janco disegna, crea delle maschere, Tzara scrive delle 'poesie nere' con alcuni prestiti divertenti dalla lingua rumena. Dopo un lavoro di ricerca per ritrovare dei testi di origine africana, malgascia e oceaniana, integra questi documenti alle serate dei Cabaret. I programmi annunciano dei versi delle tribù Aranda Kinya o Loritja… Hugo Ball è sempre alle percussioni e Maya Chrusecz accetta di danzare con delle maschere di Janco, su dei testi di Tristan". (Da: Tristan Tzara: L’homme qui inventa la Révolution Dada biographie, di François Buot, Editions Grasset).

 

 

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Tzara redige il "Manifeste dada 1918" (in "Dada" n° 3 che reca in exergo sulla sua copertina una frase di Descartes: "Non voglio nemmeno sapere se ci sono stati degli uomini prima di me"). Vi demolisce tutti i valori e lancia l'appello alla sovversione totale, sostiene la preminenza della vita e dell'atto sulle arti e le idee, invita ad abbattere gli idoli. Tzara estende il suo dubbio a dei campi che ne erano immuni: l'arte (tutte le arti), la poesia, sostituti di Dio e delle religioni. Dopo il suo incontro a Zurigo nel 1918 con Francis Picabia, spregiatore di tutte le credenze e proto-dada a New York, Tzara aggiungerà al dubbio originale un pessimismo che coinvolge filosofie e scienze, un pessimismo assoluto che sarà il marchio di Dada a Parigi dove Tzara risiede, dietro invito di Picabia, nel 1920. Un pessimismo ilare!!

 

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Tzara respinge ogni gerarchia dei valori; sostiene l'effimero, il giorno sempre nuovo, l'intercambiabilità dei mezzi, la confusione dei generi. Dada nasce nello spettacolo e per lo spettacolo, quello che da a se stesso e, soprattutto, quello che il pubblico oltraggiato, gli procura vociferando. La Prima... (1916) e la Seconda Avventura celeste di Monsieur Antypirine (1921) affermano la volontà di Dada di essere spettcolo attraverso lo scambio, in una completa incoerenza, di parole... o di proiettili tra la sala e la scena, teatro in cui ogni personaggio dice quel che vuole senza preoccuparsi dell'altro, in cui le grida e le parole sorgono come pallottole da rilanciare; Mouchoir de nuages [Fazzoletto di nuvole] del 1924, teatro totalmente racchiuso su se stesso, attori che cambiano di costumi, si truccano sotto gli occhi degli spettatori, si parlano tra due scene; a seconda dei ruoli che commentano la scena passata o a venire; utilizzazione delle tecniche del romanzo d'appendice e di film a episodi, del "flash back", delle proiezioni di immagini fotografiche, del collage ad integrazione di tre scene di Amleto, in breve "la più notevole immagine drammatica dell'arte moderna" (Aragon). Apporto capitale - il più importante senz'altro dopo Jarry- nella drammaturgia del nostro tempo" (Noël Arnaud. Articolo Tzara. EU.).

 

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Le serate dada, provocatorie, tumultuose, si moltiplicano, e così i notiziari, riviste, volantini, manifesti. Ovunque Dada è presente: Colonia, Berlino, Hannover, Roma, Napoli, Praga, Madrid, Zagabria. Dada trionfa, sino al giorno in cui il surrealismo, in embrione nei numeri pre-dada di "Littérature", lo sommergerà. Dada non si riassume unicamente in una cronaca scandalosa. Le molteplici riviste effimere, i quadri, le raccolte pubblicate sotto l'egida del movimento sono, a dispetto di un certa confusione dovuta alle circostanze (reazione contro la critica, querele interne), serviti da laboratorio a una poesia e un'estetica nuove, che esprimevano direttamente le emozioni, i soprassalti della coscienza individuale. Ad esempio, nel 1918, Tzara dà alle stampe la sua prima raccolta: Vingt-Cinq Poèmes, [Venticinque poesie] illustrata da Hans Arp, che comprende diverse "poesie da gridare e ballare" interpretate al cabaret e delle trasposizioni fonetiche di canti dei neri. "Le contraddizioni ellittiche che contengono, spiegherà più tardi Tzara, spesso ridotte sino ad accumulare le parole fuori da ogni legame grammaticale o di senso, avevano come scopo di produrre una specie di trauma emotivo". Più tardi in un saggio "Essai sur la situation de la poésie" [Saggio sulla situazione della poesia], lo stesso Tzara allineatosi al surrealismo nel 1929 riprende un'opposizione, attestata dal romanticismo, tra la poesia "mezzo di espressione" che partecipa del pensare diretto o logico e la poesia "attività dello spirito" che appartiene al pensare non diretto (sogni e fantasticherie, fantasia e immaginazione) -i due concetti essendo stati formulati da Jung: La forma del pensare non-diretto (o associativo, o ipologico) si ribalta (dalla realtà), libera dai desideri soggettivi e resta assolutamente improduttivo, refrattario a ogni adattamento" (Jung). Per Tzara tuttavia non è un semplice prodotto giunto dall'inconscio con le sue irruzioni incoerenti, ma un modo di vivere e, alla suo limite estremo, un sogno proiettato nell'azione.

 

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Questo incontro fu spesso nascosto: L'immagine tumultosa di un Rimbaud di 17 anni che fece irruzione in mezzo a Dada a Zurigo sin dal 1916, cancellerà a volte il resto della sua vita e della sua opera. Essa cancellerà spesso il fatto che Tzara fu uno dei migliori conoscitori dell'arte nera. Il suo nome figura sin dal 1930 tra i principali collezionisti dell'epoca di cui le opere furono mostrate durante un'importante esposizione diventata storica alla galleria Pigalle. Non meno di 33 opere furono allora prestate da Tristan Tzara. La piccola storia si ricorderà che Tzara, appassionantemente impegnato nella sua collezione, partiva spesso a cercare dei neri" come si diceva all'epoca. La collezione di Tzara non fu il frutto del caso ma al contrario costruita con rigore e sapere: conservava i suoi oggetti allo stato originale, rifiutando le "restituzioni" (restauri) abusivi. Rispettava lo stato della scoperta senza concessione all'estetica.

 

Questa passione della collezione in Tzara fu in perfetta continuità logica con altre ricerche: il poeta aveva anche annunciato la preparazione nel primo numero della rivista "Dada" di luglio 1917, di un volume di "Poesie nere" tradotte da lui stesso al tempo in cui redigeva delle note sull'arte nera e la poesia nera che furono pubblicate sulla rivista Sic. L'insieme delle poesie nere non furono ritrovate che dopo la sua morte negli archivi del poeta. "È per diversi motivi che il nome di Tristan Tzara si trova associato alla storia della divulgazione di ciò che, anticipando per primo un imbarazzo persistente di formulazione, egli designò nel 1951 come le "arti dette primitive".

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Degli avvenimenti notevoli nella relazione di Tzara con le arti dette primitive, che hanno segnato la memoria collettiva, la cronologia deve leggersi all'incontrario. È dal 1988 infatti che la dispersione della sua collezione di arti africane e oceaniane attira l'attenzione ben più dei primi testi del 1917, sulla poesia nera o il suo libro di poesie nere, e questo perché questo progetto cominciato alla stessa epoca non apparve che in edizione postuma, non molto visibile nelle sue opere complete. Nell'autunno del 1988, ossia venticinque anni dopo la sua morte, la vendita della sua collezione di arte primitiva pose subito in luce agli occhi di un vasto pubblico la pertinenza di un insieme che era, esso, conosciuto e vivamente stimato dagli intenditori da più di mezzo secolo. (Marc Dachy, Prefazione a "La découverte des arts dits primitifs de Tristan Tzara).

 

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

 

 

 

LINK al post originale:

Du noir puisons la lumière. Dada et le primitivisme (1)

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  • : DADA 100
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  • : In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
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  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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