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21 febbraio 2012 2 21 /02 /febbraio /2012 07:00

ARTHUR CRAVAN

 

 

 

Oscar Wilde è vivo!

 

 

 

 

 

 

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Ero prodigiosamente interessato e aggiunsi: "Eravate vivo, quando tutti vi credevano defunto; il Signor Davray, ad esempio, mi ha assicurato che vi aveva toccato e che eravate morto.

 

-Ci credo che ero morto, rispose il mio visitatore, con un atroce modo di fare naturale, che mi fece temere per la sua ragione.

 

-Da parte mia, la mia immaginazione vi ha sempre visto nella tomba, tra due ladri, come il Cristo!
 

Chiesi allora alcuni dettagli su una pietra, fissata alla sua catena dell'orologio, che altro non era, mi disse, che la chiave in oro di Maria Antonietta, che serviva ad aprire la porta segreta del Piccolo-Trianon.
 

Bevemmo sempre più, e notando che Wilde si animava singolarmente, mi misi in testa di ubriacarlo; perché aveva ora dei grandi scoppi di risa, e si rovesciava dalla sua poltrona.

 

Ripresi: "Avete letto l'opuscolo che André Gide- quel abbrutito- ha pubblicato su di voi? Non ha capito che vi beffavate di lui nella parabola


 

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Che deve terminare così: "E questo si chiama il discepolo". Il poverino, non l'ha preso come rivolto a sé!

 

E, poco dopo, quando vi mostra in compagnia alla terrazza di un caffè, avete avuto conoscenza del passaggio in cui questo vecchio strozzino lascia intendere che vi ha fatto la carità? Quanto vi ha dato? Un Luigi?

 

-Cento soldi, articolò mio zio, con una comicità irresistibile.

 

Proseguii: "Avete completamente rinunciato a produrre?"

 

-Oh, no! Ho terminato le mie Memorie. -Mio Dio! Che cosa buffa! Ho ancora un volume di versi in preparazione, e ho scritto quattro opere teatrali... per Sarah-Bernhardt! esclamò, ridendo molto forte.

 

-Amo molto il teatro, ma sono veramente a mio agio soltanto quando tutti i miei personaggi sono seduti e stanno per parlare.

 

-Ascoltatemi, vecchio mio, -stavo diventando molto famigliare,- sto per farvi una piccola proposta e, allo stesso tempo, mostrarmi un direttore avvertito. Ecco, io edito una piccola rivista letteraria, in cui vi ho già utilizzato,- è bella una rivista letteraria!- e vi


 

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richiederò uno dei vostri libri che pubblicherò come opera postuma; ma, se preferite, mi improvviso vostro finanziatore; vi firmo subito un contratto che vi lega a me per un giro di conferenze sulla scena dei music-hall. Se parlare vi infastidisce, mi esibirò in una danza esotica o una pantomima con delle piccole donne.

 

Wilde si divertiva sempre più. Poi, di colpo, melanconico, disse: "E Nelly?"- È mia madre.- Questa domanda mi provocò un bizzarro effetto fisico, perché, a diverse riprese, mi avevano informato a metà sulla mia nascita misteriosa; chiarita molto vagamente, lasciandomi supporre che Oscar Wilde poteva essere mio padre. Gli raccontai tutto ciò che sapevo di lei; aggiunsi anche che la signora Wilde, prima di morire, gli aveva fatto visita, in Svizzera. Gli parlai del signor Lloyd- mio padre?- ricordandogli la parola che gli aveva indirizzato: "È l'uomo più piatto che abbia mai incontrato". Contro le mie previsioni, Wilde, a questo ricordo, sembrò malinconico.

 

Mi concentrai, su suo figlio Vivian e la mia famiglia, ciò che era suscettibile di interessarlo; ma mi accorsi presto che non riuscii a catturare la sua attenzione.


 

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Mi aveva interrotto soltanto una volta, durante il mio lungo discorso, per condividere quando gli avevo confidato del mio odio per il paesaggio svizzero. "Sì, aveva puntualizzato, come si possono amare le Alpi? Per me, le Alpi non sono che delle grandi fotografie in bianco e nero. Quando sono nei paraggi delle grandi montagne, mi sento schiacciato; perdo tutto il mio senso della personalità; non sono più me stesso: ridivento un uomo.

 

Come lasciammo cadere la conversazione, riprese: "Parlatemi di voi".

 

Gli diedi allora un quadro delle vicissitudini della mia vita; davo mille dettagli sulla mia infanzia di bambino terribile, in tutti i licei, scuole e istituti d'Europa; sulla mia vita avventurosa in America; gli aneddoti abbondavano; e Wilde non smetteva di ridere allegramente se non per godere in convulsioni a tutti i passaggi in cui i miei istinti deliziosi si mostravano in piena luce. Ed erano degli: "Oh, dear! oh, dear!" continui.

 

La bottiglia di cherry-brandy era vuota, e il mascalzone nasceva in me.

 

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Portai tre litri di vino ordinario; la sola bevanda rimasta; ma come ne offrii al mio nuovo amico, quest'ultimo, molto congestionato, mi fece con la mano un gesto di rifiuto.

 

- Come on! Have a bloody drink! esclamai con l'accento di un pugile americano, da cui sembrò un po' colpito; "Perddio! ho ucciso la vostra dignità".

 

-Taci, vecchio ubriacone! Urlai, versando da bere. Allora, superando ogni limite, mi misi a interrogarlo in questo modo: "Vecchia carogna, dimmi subito da dove vieni! Come hai fatto per sapere dove abito?". E gridavo: "Sbrigati a rispondermi; non hai finito ancora di atteggiarti? Ah, no! ma, certe volte! non sono mica tuo padre!". E insultandolo tra rutti abominevoli: "Eh! via dunque! brutto grugno, buonannulla, brutto muso, raschiatura di pala da sterco, vecchia zia, vacca immensa!".

 

Ignoro se Wilde apprezzò quest'enorme scherzo, in cui lo spirito aveva chiuso il cerchio, giro facile, quando si

 

 

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è intossicati, e che permette di conservare, in mezzo alle più evidenti trivialità, tutta la propria nobiltà. Questa sera, senz'altro, non volevo abbandonare una certa vanità; perché, in simili casi, l'eleganza che ho descritto non riguarda che l'intenzione, cosa così leggera che essa tenterà sempre un giocoliere, quand'anche conoscesse anche il premio della semplice volgarità.

 

Wilde mi diceva sempre ridendo: "Quanto siete buffo! Ma, Aristide Bruant, come sta?". Il che, sull'istante, mi fece immaginare dei: "Ma certo! Charles! È come detto tu!".

 

 

 

Ad un certo punto, il mio visitatore osò anche: "I am Dry". Il che si può tradurre così: "Sono secco". E io a riempirgli di nuovo il suo bicchiere. Allora, con uno sforzo immenso, egli si alzò; ma, con prontezza e una spinta dell'avambraccio, lo appiattii - è il termine più giusto - sulla sua poltrona. Senza protestare, estrasse il suo orologio: erano le tre meno un quarto. Dimenticandomi di chiedere il suo parere, gridai: "A Montmartre! Andiamo a fare bisboccia". Wilde non sembra poter resistere, e il suo volto brilla di gioia; eppure mi dice, debolmente: "Non posso, non posso".


 

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- Vi raserò e porterò nei bar; là, farò finta di non trovarvi, e griderò molto forte: "Oscar Wilde! Vieni a prendere un whisky". Vedrete come saremo formidabili! E proverete così che la società non ha potuto nulla contro il vostro bel organismo. E dico anche, come Satana: "Del resto, non siete il Re della Vita?".

 

- Siete un ragazzo terribile, sussurrò Wilde, in inglese. Mio Dio! Lo vorrei tanto; ma non posso; in verità, non posso. Ve ne supplico, non mettete alla prova un cuore tentato. Sto per lasciarvi, Fabian, e vi dico addio.

 

Non mi opposi più alla sua partenza; e, in piedi, mi strinse le mani, prese il suo cappello che aveva posato sul tavolo, e si diresse verso la porta. Lo accompagnai alla scala, e, un po' più lucido, chiesi, "Di fatto, non siete venuto per una missione?".

 

- No nessuna, conservate il silenzio su tutto ciò che avete udito e visto... o, piuttosto, dite tutto ciò che volete tra sei mesi.

 

Sul marciapiede, mi strinse le dita, e, abbracciandomi, mi sussurrò ancora: "You are a terrible boy".


 

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Lo guardai allontanarsi nella notte, e, come la vita, in quell'istante, mi sforzai di ridere, da lontano, gli mostrai la lingua, e feci il gesto di dargli un gran calcio.

 

Non pioveva più; ma l'aria era fredda. Mi ricordai che Wilde non aveva soprabito, e mi dissi che doveva essere povero. Un'onda di sentimentalismo inondò il mio cuore; ero triste e pieno d'amore; cercando una consolazione, alzia gli occhi: la luna era troppo bella e gonfiava il mio dolore. Pensavo ora che Wilde aveva forse mal interpretato le mie parole; che non aveva capito che non potevo essere serio; che gli avevo dato tristezza. E, come un pazzo, mi misi a correre dietro lui; ad ogni incrocio, lo cercavo con tutta la forza dei miei occhi e gridavo: "Sébastien! Sébastien!". Correndo velocemente, percorsi i viali finché non capii che lo avevo perduto.

 

 

Errando per le strade, rientrai lentamente, senza staccare gli occhi dalla soccorrevole luna come un coglione.

 

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

 

 

 

LINK alla rivista originale dal sito "Dada Archive":

Maintenant, n° 3


 

Su Arthur Cravan:

Arthur Cravan, 01

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  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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