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20 gennaio 2012 5 20 /01 /gennaio /2012 07:00

ARTHUR CRAVAN

 

 

Oscar Wilde è vivo!

 

 

 

 

 

 

 

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Di colpo, scorsi Wilde: un vegliardo dalla barba e dai capelli bianchi, era lui!

 

Un'indicibile pena mi soffocò. Benché avessi spesso, per gioco, calcolata l'età che Wilde avrebbe oggi, la sola immagine che mi incantasse, ripudiando quella dell'uomo maturo, era quella che lo mostrava giovane e trionfante. Cosa! Essere stati poeta e adolescente, nobile e ricco, e non essere più che vecchio e triste. Destino! Era possibile? Trattenendo le mie lacrime e avvicinandomi a lui, lo abbracciai! Baciai ardentemente la sua guancia; poi appoggiai i miei capelli biondi sulla sua neve, e a lungo, a lungo, singhiozzai.

 

Il povero Wilde non mi respinse affatto; al contrario, la mia testa fu anche delicatamente cinta dal suo braccio; e mi strinse contro di sé. Non diceva nulla, soltanto, una o due volte, lo udii mormorare: "Oh mio Dio! Oh mio Dio!", e anche: "Dio è stato terribile!". Per una strana aberrazione del cuore, quest'ultima parola pronunciata con un forte accento inglese, benché fossi sprofondato nel mio atroce dolore, mi diede una diabolica voglia di ridere; e questo, malgrado che, nello stesso istante, una calda lacrima di Wilde rotolò sul mio polso; il che mi fece sorgere quest'orribile pensiero: "La lacrima del

 

 

 

 

 

 

 

 

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capitano!". Questa parola mi rasserenò, e staccandomi ipocritamente da Wilde, andai a sedermi di fronte a lui.

 

Cominciai allora a studiarlo. Esaminai dapprima la testa che era abbronzata con delle rughe profonde e quasi calva. Il pensiero che mi dominava era che Wilde sembrava più musicale che plastico, senza pensare di dare un senso molto preciso a questa definizione; in verità, più musicale che plastica. Lo guardavo soprattutto nel suo insieme. Era bello. Nella sua poltrona aveva l'aspetto di un elefante; il culo schiacciava la sedia entro cui stava stretto; davanti le braccia e le gambe enormi cercavo con ammirazione di immaginare i divini pensieri che dovevano abitare simili membra. Considerai la grandezza delle sue calzature: il piede era relativamente piccolo, un po' piatto il che doveva conferire al suo proprietario l'andamento sognatore e cadenzato dei pachidermi, e, strutturato in tal modo, farne misteriosamente un poeta. Lo adoravo perché assomigliava a una grande bestia; me lo immaginavo semplicemente cagare come un ippopotamo; e il quadro mi rapiva a causa del suo candore e della sua perfezione; perché, senza amici con una cattiva influenza, aveva dovuto sopportare di tutto dai climi nefasti, e ritornava sia dalle Indie o da Sumatra, o da altrove.


 

 

 

 

 

 

 

 

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Certamente, aveva voluto finire al sole- forse nell'Obock- ed è da qualche parte di qui che poeticamente me lo raffiguravo, nella follia del verde dell'Africa e tra la musica delle mosche, a fare montagne di escrementi.

 

Ciò che mi rafforzava in quest'idea, è che il nuovo Wilde era silenzioso, e che avevo conosciuto un coltivatore, anch'egli muto, che sarebbe stato un imbecille, ma che sembrava salvo, perché aveva soggiornato a Saigon.

 

Alla lunga, lo penetravo meglio guardando i suoi occhi pesanti, dalle ciglia rare e malate; dalle gote che mi sembravano marroni, benché non saprei, senza mentire, testimoniare del loro vero colore; dallo sguardo che non fissava affatto e si spandeva in un'ampia distesa. Comprendendolo notevolmente, non potevo difendermi dalla riflessione: che fosse più musicale che plastico; che con un tale aspetto, non poteva essere né morale, né immorale; e mi meravigliavo che il mondo non si sia fatto presto l'opinione che aveva davanti un uomo perso.

 

La figura paffuta era malsana; le labbra spesse, essangui, scoprivano a volte i denti marci e


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Oscar Wilde verso il 1900


 

 

 

 

 

 

 


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scrofolosi, riparati in oro; una grande barba bianca e bruna- percepivo quasi sempre quest'ultimo colore, non potendo ammettere il bianco- nasondeva il suo mento. Ho preteso che i peli erano d'argento, senza esserlo, perché vi era qualcosa di bruciato in essi, che il ciuffo che essi formavano sembrava pigmentato dal colorito ardente della sua pelle. Esso era cresciuto indifferentemente, allo stesso modo in cui si allunga il tempo o la noia orientale.

 

È soltanto più tardi che mi fu chiaro che il mio ospite rideva continuamente, non con la contrazione nervosa degli Europei, ma nell'assoluto. In ultimo luogo, mi interessavo all'abbigliamento; mi accorsi che portava un completo nero e alquanto vecchio, e avvertii la sua indifferenza per la pulizia.

 

Un solitario radioso, che non potevo impedirmi di bramare, luccicava al suo auricolare sinistro, e Wilde ne traeva un grande prestigio.

 

Ero andato a cercare una bottiglia di Cherry-Brandy in cucina, e ne avevo versato già alcuni bicchieri. Fumavamo anche a oltranza. Cominciavo a perdere

 

 

 

 

 


 

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il mio contegno e a diventare rumoroso; è allora che mi permisi di porgli questa domanda volgare: "Non vi hanno mai riconosciuto?"

 

- Sì, alcune volte, soprattutto all'inizio, in Italia. Un giorno , in treno, un uomo che mi stava di fronte mi guardava così tanto che credei di dover aprire il giornale per nascondermi, per poter sfuggire alla sua curiosità; perché non ignorava affatto che quell'uomo sapeva che ero Sébastian Melmoth. - Wilde insisteva a chiamarsi così. - E, quel che c'è di più terribile, è che l'uomo mi seguì, quando scesi dal treno, -credo che fosse a Padova, - si collocò davanti a me al ristorante; e, avendo radunato, non so in che modo, delle conoscenze; perché, come me, l'uomo sembrava uno straniero, ebbe l'orribile trovata di citare il mio nome da poeta a voce alta, fingendo dFi intrattenersi con la mia opera. E tutti mi trapassarono con i loro occhi, per vedere se mi turbavo. Non ebbi altra risorsa se non abbandonate nottetempo la città.

 

Ho anche incontrato degli uomini che avevano degli occhi più profondi degli occhi degli altri uomini, e che mi dicevano chiaramente: "Vi saluto, Sebastiano Melmoth!".

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

 

 

 

LINK alla rivista originale dal sito "Dada Archive":

Maintenant, n° 3


 

Su Arthur Cravan:

Arthur Cravan, 01

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  • : In attesa delle giuste celebrazioni che vi saranno nel mondo colto per il primo centenario del grande movimento Dada di arte totale, intendiamo parlarne con un grande anticipo di modo che giungendo la fatidica data molti non siano presi alla sprovvista grazie al mio blog.
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  • Amo l'arte in generale, di ogni tempo e cultura storica, soprattutto le avanguardie artistiche e le figure più originali ed eterodosse.
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