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3 luglio 2010 6 03 /07 /luglio /2010 15:18


Cinque cosine a proposito di L.H.O.O.Q.di Duchamp 

 

 

 duchamp--L.H.O.O.Q.-1919.jpg

 

  

 

di André Gervais

 

1 

 

 

Marcel-20Duchamp.jpgTentando tardivamente di precisare quando, nel 1919, sia stata "fatta" L.H.O.O.Q., Marcel Duchamp fornirà due date: all'inizio del 1953, nei suoi colloqui con Sidney, Harriet et Carroll Janis, dirà in dicembre [1]; nel giugno del 1966, in uno dei suoi colloqui con Pierre Cabanne, in ottobre [2]. Ciò, sia in rapporto con i fatti riportati sia dalla lettura che se ne può ricavare, non è senza conseguenza.

 

 

picabia.jpgDagli inizi dell'agosto sino al 27 dicembre 1919, infatti, Duchamp abita, in avenue Charles-Floquet (Paris 7eme), presso Francis Picabia et Gabrielle Buffet (quest'ultima incinta di un quarto figlio da lui, che nasce il 15 settembre). Picabia, ha già traslocato da qualche giorno o settimane Émile-Augier (Paris 16eme), presso Germaine Everling, la sua amante (anch'essa incinta di lui, ed il cui figlio nascerà il 5 gennaio 1920 [3]).

 

Picabia-e-Germaine-Everling-nel-1921.jpgBisogna dedurre da questa situazione particolare che, durante questo soggiorno di quasi cinque mesi, i contatti Duchamp-Picabia sono stati episodici, se non inesistenti (tranne, secondo ogni verosimilianza, verso la fine del soggiorno), ciò permetterebbe di "spiegare" perché L.H.O.O.Q. non viene pubblicata nel n° 9 (novembre 1919), 10 (dicembre 1919) o 11 (febbraio 1920) di 391, la rivista di Picabia, bensì, in una versione Picabia intitolata Tableau dada par Marcel Duchamp [4] , nel n° 12 (marzo 1920).

 

00cover-copia-2.jpgMichel Sanouillet aggiunge su questo punto una precisazione: "Picabia gli chiese per lettera l'autorizzazione di "rifare" una Gioconda per 391, autorizzazione che fu naturalmente accordata. Ma Picabia, che non aveva conservato dell'opera di Duchamp che un ricordo impreciso, si limitò a disegnare i baffi [5]". Picabia, infatti, non riprende che "L.H.O.O.Q.", l’iscrizione che diventerà il titolo del readymade [6], iscrivendola a sua volta, verticalmente e senza i punti, su una delle sue tele, Le double monde [Il doppio mondo], [7], datata [dicembre] 1919 ed esposta da André Breton durante il Primo venerdì di (la rivista) Littérature, il 23 gennaio 1920, prima manifestazione di Dada a Parigi.

 

 

 

2

 

DUCHAMP--PICABIA.-LHOOQ-Tableau-Dada-par-Marcel-Duchamp.jpg

 

A causa del suo titolo (Tableau dada par Marcel Duchamp), la versione Picabia passerà per l’originale per molti anni, quest'originale non essendo mostrato per la prima volta che nel marzo del 1930 a Parigi, allo stesso tempo di una replica ingrandita (eseguita a fine gennaio o inizio febbraio 1930 [8]), durante l'esposizione intitolata La peinture au défi[La pittura in sfida] e prefatta da Aragon. Per un poeta, romanziere e critico come Aragon, un readymade non è, sin da quest'epoca, che un oggetto industriale, spostato dal suo contesto e sviato dalla sua funzione utilitaria.

 

 

3

 

Dobbiamo precisare che la riproduzione a colori che ne è la base non è una cartolina postale, malgrado che molti lo abbiano detto o scritto [9]. Non c'è che da guardarne il verso, publicato da Arturo Schwarz sin dal 1969 nella prima edizione del suo catalogo, per constatare che non c'è il dispositivo abituale della cartolina postale con gli spazi per l'indirizzo ed il timbro (a destra), per il "messaggio" e la legenda dell'illustrazione (a sinistra), ma invece, da parte di Duchamp, l'indicazione tecnica (a matita) su come fotografare il recto, e, più tardi, sopra la precedente, una dichiarazione ufficiale davanti al notaio (in inchiostro) come trattantesi dell'originale [10]. Questo piccolo palinsesto, al verso, non avendo nulla di simile, sul recto, se non i segni (di matita aggiungenti i baffi ed il pizzetto [11] sul volto (della Gioconda).

 

Ma dove si è procurato Duchamp questa riproduzione a colori? La cosa più probabile, come racconta agli Janis nel 1953, è che egli l'abbia acquistata in qualche negozio situato vicino al Louvre, rue de Rivoli, allo scopo di vendere a buon mercato delle riproduzioni delle grandi opere di questo museo, modo di fare conosciuto presso tutte le grandi città dove vi sono importanti musei. Bisogna ricordare che nell' aprile  del 1911 il già celebre quadro di Leonardo, dipinto all'inizio del XVI secolo, è stato rubato al Louvre e che, perché lo si poteva credere sparito o distrutto (non sarà ritrovato che nel dicembre del 1913), se ne sono copiosamente diffuse, durante questi anni o immediatamente dopo, diverse riproduzioni a colori, foto ritoccate o non, di cui certe nel formato di una cartolina postale [12]. Senza dubbio sappiamo anche che nel 1919 è il 400° anniversario della morte del pittore. È fatta allusione a questi due avvenimenti (questa perdita forse irrimediabile e quell'anniversario) nella scelta di Duchamp.

 

Duchamp--Air-de-Paris.jpgQuando Duchamp chiede per lettera (New York, 9 maggio 1949) al suo amico Henri-Pierre Roché di andare ad acquistare un'ampolla di siero. diventata ampolla di Aria di Parigi- per sostituire quella, attualmente rotta, che ha riportato da Parigi, a fine dicembre 1919, ai suoi amici Louise e Walter Arensberg, scrive: "Potresti andare alla farmacia che è all'angolo della rue Blomet e la rue de Vaugirard (se esiste ancora, è là che avevo acquistato la prima ampolla) ed acquistato un'ampolla come questa qui: 125 c.c. e della stessa dimensione del disegno [...]. Se non di rue Blomet tuttavia, per lo meno della stessa forma, Grazie [13].

 

La semplice consultazione di un piano di Parigi ci mostra subito che non c'è angolo Blomet-Vaugirard, queste due strade essendo parallele! Ricordo quest'esempio per illustrare come un'indicazione precisa, anche proveniente dall'autore, può essere del tutto inesatta, addirittura erronea. Così è per L.H.O.O.Q., cartolina postale.

 

E quando Duchamp, in "Apropos of Myself" (1962-1964), descrive questa riproduzione a colori come "a Cheap Chromo", dobbiamo precisare che Chromo è in inglese, così come in francese, l'abbreviazione di Cromolitografia "immagine litografica a colori" (Petit Robert I), chromolithograph" a color print produced by chromolithography"(The American Heritage of the English Language). In francese, tuttavia, chromo, ora al maschile (e non al femminile), ha un senso peggiorativo: "ogni immagine a colori di cattivo gusto". Questo senso supplementare, che pone in scena il gusto, fa intervenire la questione estetica, cioè artistica, il che non è il caso in inglese, cheap significando in quest'esempio "of poor quality" (la cui riproduzione è di cattiva qualità), ma soprattutto "inexpensive" (che è di buon mercato) [14].

 

 

4

 

Quando Duchamp, nei suoi colloqui del 1966 con Cabanne, parla di Picabia e di L.H.O.O.Q., ne approfitta, se così posso dire, per aggiungere: "Un'altra volta Picabia ha fatto una copertina di 391 con il ritratto di [Georges] Carpentier; mi somigliava come due gocce d'acqua, è per questo che era divertente. Era un ritratto composito di Carpentier e di me [15].

 

Rrose Selavy, 1921, Man RayQuest'altra volta, è l'estate del 1923, quando Georges Carpentier, il pugile, è andato da Picabia, al Tremblay-sur-Mauldre, il piccolo villaggio dove abita dal 1922, e che quest'ultimo ha eseguito il suo ritratto di profilo; il pugile, allora, ha anche firmato il ritratto. Quando Pocabia, più di un anno dopo, ha deciso di mettere questo ritratto sulla prima pagina dell'ultimo numero di 391(n° 19, ottobre 1924), ha cancellato incompletamente questa firma (che si può leggere sotto la cancellatura) ed ha aggiunto "Rrose Sélavy/ per Picabia", colpito successivamente dalla somiglianza tra Carpentier e Duchamp (di cui Sélavy è lo pseudonimo dal 1920) [16]. Duchamp non faceva che ripetere, nel 1966, questa "interpretazione" di Picabia.

 

Allo stesso modo, se, per contiguità, questo "ritratto composito" designa anche L.H.O.O.Q., bisogna dedurne che Duchamp ricorda, nel 1966, rappelle, en 1966, la sua dichiarazione del 1961 a proposito di questo readymade:"La cosa curiosa a proposito di questi baffi e quel pizzetto è che, quando guardate il sorriso, Mona Lisa diventa un uomo. Non è una donna travestita da uomo, è un vero uomo; ecco la mia scoperta, senza che all'epoca la realizzassi [17].

 

Nel 1919, una donna (la Gioconda in L.H.O.O.Q.) è anche un uomo come, nel 1920-1921, un uomo (Marcel Duchamp come Rose, poi Rrose, Sélavy) è anche una donna.

 

5

 

Senza veramente entrare nell'interpretazione del celebre readymade, si può far notare che questo 400° anniversario ha potuto essere non soltanto un elemento scatenante, ma anche una costrizione (in quanto cifrario), il 4 dicendo che non bisogna utilizzare che quattro lettere, i 00 suggerendo che uni di essi deve essere una O, sia raddoppiata [18]. Queste quattro lettere, come Duchamp dice in "Apropos of Myself", sono, come possiamo rendercene conto subito, nell'ordine alfabetico – H, L, O, Q – nel nome della via (cHarLes-flOQuet) in cui egli allora abitava. Ma anche nel nome del procedimentoalla base di questa riproduzione: essa è infatti cHromoLithOgraphiQue [Cromolitografica].

 

E mi piace constatare che a New York la notaia scelta da Duchamp e che, firmando, certifica, il 22 dicembre 1944, che si tratta dell'originale ("This is to certify that this is the original “ready made” L H O O Q Paris 1919" [19] ), si chiama Elsie Jenriche [20]: come non vedere che anch'essa è lì perché ha questo nome (che, per questo motivo, ritorna metatestualmente su una delle poste poste dell'opera), misto di mixte "je" (I in inglese o Ich in tedesco) e di "altro" (else), e che si tratta di problema di "genere" (jenre), else rimando con il femminile (elle: La Joconde, La Gioconda) che rima con il maschile (L: Léonard, Louvre), elle essendo diventato il!

  

Infine, se tracciamo una linea verticale ad angolo retto con l'alto dell'opera e se passiamo per il centro dei baffi, vediamo che, a causa dell'angolo del viso, allunghiamo il naso, a sinista, del personaggio femmina ed oramai anche maschio e che giungiamo, "down below" (come dirà Duchamp nel 1961), esattamente tra "L.H." e "O.O.Q.". Questo raddoppiamento di O è allora, una volta di più, designato.

  


 

 

NOTE

 

[1] Sempre inediti, i colloqui con la famiglia Janis (Sidney, il padre, Harriet, la madre, e Carroll, il figlio) sono stati effettuati in occasione della preparazione, da parte di Duchamp, del catalogo e dell'allestimento dell'esposizione Dada 1916-1923alla Sidney Janis Gallery, New York, 15 aprile -9 maggio 1953. Nella cronologia integrata del catalogo Joseph Cornell/ Marcel Duchamp... in resonance, Philadelphia Museum of Art, 8 ottobre 1998- 3 gennaio 1999, e The Menil Collection, Houston, 22 gennaio- 16 maggio 1999, Ostfildern-Ruit, Cantz Verlag, 1998, p. 277, Susan Davidson, senza dire da dove trae questa precisazione, considera anche il mese di dicembre.

 

[2] Pierre Cabanne, Entretiens avec Marcel Duchamp [Colloqui con Marcek Duchamp], Parigi, Belfond, 1967, p. 114.

 

[3] È un giorno dopo l'incontro con André Breton, invitato là, e dodici giorni prima che, il 17 gennaio, Tristan Tzara giunga ad abitarvi, questo soggiorno coincide con l'inizio di ciò che Michel Sanouillet ha chiamato "Dada à Paris": vedere la sua summa, Dada à Paris [Dada a Parigi], Parigi, Pauvert, 1965. La sede del "MoUvEmEnT DADA, Berlin, Genève, Madrid, New York, Zurich", dice la carta da lettera che inalbera quest'intestazione. è ora a Parigi. Tuttavia, noto la coincidenza (che forse non lo era nel 1919, dato lo stato delle conoscenze sull'opera di Leonardo): quando Duchamp è a Parigi quell'anno, le due donne (la sposa e l'amante) di Picabia sono incinte; quando Francesco del Giocondo, nella primavera del 1503, consegna una commissione a Leonardo affinché esegua un ritratto della sua sposa, quest'ultima gli ha già dato due figli (nel maggio 1496 e nel dicembre 1502). Vedere, Daniel Arasse, Léonard de Vinci. Le rythme du monde [1997], Parigi, Hazan, 2003, p. 388-389. La rima, qui, in entrambi i casi è: Joconde / féconde [Giocondo/ Feconda].

 

[4] A Cabanne, Duchamp dice Tableau dada di [sic] Marcel Duchamp.

 

[5] Michel Sanouillet, Francis Picabia et "391", tome II, Parigi, Losfeld, 1966, p. 113. (Il tomo I è in facsimile, la riedizione di 391[1917-1924] aumentata con diversi documenti inediti, Parigi, Losfeld, 1960.) Duchamp era a New York dal 6 gennaio ed il n° 12 di 391 non apparve che (precisa Sanouillet) alla fine di marzo, si può pensare che Duchamp, intervistato da Schwarz (The Complete Works of Marcel Duchamp, New York, Abrams, 2a edizione, 1970, p. 476), si ricorda erroneamente di ciò che è avvenuto all'epoca (ritradurrei): "Il mio originale non è arrivato in tempo e, allo scopo di non far tardare indebitamente la stampa di 391, Picabia ha egli stesso disegnato i baffi alla Mona Lisa ma ha dimenticato il pizzetto".

 

[6] Dico "l’iscrizione che diventerà il titolo del readymade" perché, nel catalogo-manifesto dell'esposizione presso Sidney Janis, Duchamp scrive: "La Joconde, postcard with pencil". Non è che a partire del primo catalogo dell'opera duchampiana, quella di Robert Lebel (Sur Marcel Duchamp, Parigi, Trianon Press, 1959), che questo readymade ha come titolo L.H.O.O.Q.E non è che a partire del catalogo Schwarz (Arturo Schwarz, The Complete Works of Marcel Duchamp, New York, Abrams, 1a edizione, 1969) che abbiamo le dimensioni  esatte del detto readymade: 19.7 x 12.4 cm ou 7¾ x 4⅞ pouces.

 

[7] Le due O di "L H O O Q", esse stesse al centro di due altre O che hanno la forma di cordicelle formanti degli 8 o anche la forma  delle pale di un'elica, ma di un'elica senza asse e molle, curvata dal vento, sono egualmente- e doppiamente- le O "doppio" e di "mondo". La piccola mancanza, in alto a sinistra, in uno di questi altri O non ha eguale, in basso a destra, che la piccola mancanza nella À di "À DOMICILE" [A DOMICILIO], un'altra iscrizione, e che il piccolo supplemento -la coda- della Q di "L H O O Q". Modi di far coincidere ironicamente speculazioni matematiche (topologia) e speculazioni mercantili (consegna "a domicilio", cioè in sede).

 

[8] "Ho eseguito poco prima di lasciare Parigi una Gioconda per Aragon [...]/ Man Ray ha la prima Gioconda" (lettera di Duchamp a Jean Crotti, Villefranche-sur-mer, 6 febbraio 1930, in Affectionately, Marcel. The Selected Correspondance of Marcel Duchamp, edizione di Francis Naumann e Hector Obalk, traduzione di Jill Taylor, Gand e Amsterdam, Ludion Press, 2000, p. 171).

 

[9] Tre esempi: Duchamp stesso nel 1953 (vedere nota 6); Ecke Bonk, Marcel Duchamp, The Box in a Valise. Inventory of an Edition, New York, Rizzoli, 1989, p. 241; Calvin Tomkins, Duchamp. A Biography, New York, Henry Holt and Company, 1996, p. 221.

 

[10] Dobbiamo aggiungere che Duchamp, nelle repliche successive, non ha mai utilizzato una cartolina postale.

 

[11] Utilizzo qui il plurale, come Duchamp nell'aprile 1942 quando indica all'inchiostro, in basso al modellino di una delle due versioni Picabia (quella riprodotta in 391), "Baffi di Picabia/ pizzetto di Marcel Duchamp". In francese, si dice indifferentemente, ad esempio, ciseau et ciseaux [forbice e forbici] (perché ci sono due lame), pantalon et pantalons [pantalone e pantaloni] (due gambe), moustache et moustaches [baffo e baffi] (due guance o, semplicemente, due lati del viso). Evidenzio inoltre che l'indicazione tecnica, iscritta da Picabia su due righe a matita verticalmente a destra della riproduzione, inizia con due legami- quello che inizia la S di "sans" sulla seconda riga- che non ha di eguale che l'estremità dei baffi! Per una riproduzione  e dei commenti, vedere Francis Naumann, The Art of Making Art in the Age of Mechanical Reproduction, catalogo dell'esposizione presso Achim Moeller Fine Art, New York, 2 ottobre 1999- 15 gennaior 2000. Se il viaggio a Parigi fatto da Arp nell'aprile del 1942 è quello durante il quale entra in possesso di queste due versioni, l'incontro Arp-Duchamp (che si conoscono sin dal 1926) non può aver luogo che in una zona non occupata (a Grasse dove abita Arp, a Sanary dove abita Duchamp, prima della partenza di quest'ultimo per gli Stati Uniti i 14 maggio).

 

[12] Vedere le due cartoline postali, datate 1914, riprodotte in Roy McMullen, Les grands mystères de la Joconde [1975], traduzione di Antoine Berman, Parigi, Éd. de Trévise, 1981, p. 223.

 

[13] Affectionately, Marcel, op. cit., p. 272.

 

[14] È inoltre la traduzione, di Michel Sanouillet, di questo passaggio: "un chromo [...] a buon mercato" ("À propos de moi-même", in Duchamp du signe, Parigi, Flammarion, 1975, p. 227). Naumann prende esattamente la stessa via: "an inexpensive chromo-lithographic color reproduction" (The Art of Making Art in the Age of Mechanical Reproduction, op. cit., p. 10).

 

[15] Pierre Cabanne, Entretiens avec Marcel Duchamp [Colloquio con Marcel Duchamp], op. cit., p. 115.

 

[16] Vedere Michel Sanouillet, Francis Picabia et "391", op. cit., p. 166. Si può vedere (391, op. cit., p. 127) la firma di Carpentier e l’aggiunta di Picabia sotto alcune righe stampate in caratteri tipografici in basso alla pagina.

 

[17] Herbert Crehan, "Dada", Evidence, Toronto, n° 3, autunno, 1961. Mia traduzione.

 

[18] Queste due "O." non mancano anche di evocare, per via della rima "O"/ eau [acqua], il lago di montagna ed il lago di pianura nel celebre quadro, rispettivamente in alto a destra ed un poco più in basso a sinistra dominato dalla loggia dove si trova il modello, Lisa. E che dire della strada sinuosa proveniente dal lago di pianura, riflesso nella coda della "Q". (disegnata da Duchamp)?

 

[19] Una frase rappresentativa in un'altra, il riferimento di "This" (Questo, come in Questo è il mio corpo" o in "Questa è un'opera d'arte) essendo cataforico (cioè che segue il pronome): nel primo caso, è "the original “ready made"; nel secondo caso, è l'insieme della proposizione formnate il primo caso.

 

[20] Nel suo breve articolo, "Desperately Seeking Elsie", Authenticating the Authenticity of L.H.O.O.Q.’s Back" (in: Tout-Fait, New York, vol. I, n 1, dicembre 1999), Thomas Girst ci informa che questa signora, residente all'Hotel St. Regis, New York, dal 1943 al 1945, è una stenografa pubblica.

 

 

 

 

André Gervais

 

 

[Traduzione di Elisa Cardellini]

 

LINK al post originale:

Cinq petites choses à propos de L.H.O.O.Q.

 

LINK ad un post concernente l'analisi di un'altra opera di Duchamp:

La voce della luce
 

 

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